Le due sconfitte in Iraq e Afghanistan di un colosso mondiale che sembra non avere solidi appigli


La crisi che dal 2007 ha capovolto l’economia di tutto il mondo sembra essere il movente che spinge gli Usa a continuare a mantenere il dollaro – nonostante il grave debito americano – come valuta di riferimento per gli scambi commerciali internazionali, soprattutto, quelli petroliferi. Infatti, grazie a questo modo di finanziarsi, gli Stati Uniti riescono a ottenere enormi ricchezze provenienti da ogni parte del mondo per garantire la sopravvivenze del mito e della potenza americana, fortemente traballante, dopo il deficit e i debiti contratti a livello mondiale per un ammontare di 16 miliardi di dollari.
Pertanto, la parola guerra giusta come movente, sembra suonare più come un ossimoro che come una giustificazione ai conflitti che si sono susseguiti in due terre macchiate di sangue come l’Iraq e l’Afghanistan, sui quali gli Stati Uniti non vogliono perdere il predominio, sebbene l’imperialismo si consideri finito da più di trent’anni.

Il principale obiettivo per la sopravvivenza del sogno e del colosso americano è, dunque, avere il controllo del mercato dell’oro nero nella determinazione del prezzo del greggio e nell’imposizione di veti all’esportazione verso paesi concorrenti. Infatti per gli Usa, dopo il periodo d’oro negli anni Settanta in cui avevano il predominio nel mercato petrolifero, è un duro colpo accettare la dipendenza da altri paesi esteri per l’importazione di petrolio e gas naturali per evitare il definitivo tracollo. Da qui la necessità, negli ultimi vent’anni e mandato dopo mandato, di perseguire guerre giuste, casualmente tutte in Paesi ricchissimi del pregiato oro nero, da ricordare la Guerra del Golfo, quella in Afghanistan, in Iraq e nuovi focolai in Nigeria e Nuova Guinea.
Ovviamente per una buona riuscita di questa lotta alla sopravvivenza per l’America è necessario impedire qualunque situazione che possa minare il predominio del Dollaro sull’economia mondiale, quindi l’avanzata della Cina sull’economia mondiale, la possibilità che l’euro potesse entrare nel mercato di scambio delle transazioni economiche e, soprattutto, la possibilità che la Corea del Nord o l’Iran potessero incrementare la loro forza nucleare e mantenere il predominio sull’Afghanistan, per evitare che potesse diventare centro di interesse per la Russia o per gli ex paesi sovietici.
Parola d’ordine? Non perdere il controllo! Da qui l’obbligo a tutti i Paesi filo americani di mantenere il dollaro e i disertori puniti a caro prezzo. Basti pensare alla triste fine di Saddam Hussein o al più recente crollo del regime libico di  Gheddafi o, ancora, all’Iran.
Nonostante tutte le precauzioni prese, quella che doveva essere una schiacciante vittoria americana sul mondo, si è dimostrata, invece, un fallimento totale. L’America, infatti, non ha mai ammesso la sconfitta che non è nota al mondo, anzi ben celata.

I nobilissimi obiettivi che gli Usa si erano posti, quali, portare “democrazia” e bloccare il terrorismo islamico in Afghanistan – dopo essersi assicurati il monopolio sulle risorse energetiche – e in Iraq non sono andati a  buon fine. Mancato l’obiettivo petrolifero in Afghanistan, non restava che assicurarsi la supremazia nel territorio, contenendo eventuali attacchi della Russia e della Cina, ma anche su questo fronte, l’America si è vista messa al muro e costretta allo sfratto delle sue basi militari.  Dalle macerie degli Stati Uniti la Russia e la Cina sono rinate e avanzano pretese di potenza economica, più forti e consapevoli di prima destabilizzando la potenza americana e costruendo un oleodotto nella zona strategica che va dalla zona di Tenzgiz arriverà sino alle città che si affacciano sull’Oceano Pacifico.
Anche in Iraq la situazione non è delle più rosee.  Uno dei principali obiettivi degli Usa è quello del controllo del petrolio nelle due principali zone petrolifere, a nord nel territorio curdo e a sud nel territorio sciita. Il secondo riguarda la ricerca e l’attivazione di nuovi pozzi nella zona centrale, quella sunnita. Il terzo, quello di calmierare in parte il prezzo del petrolio aumentando l’offerta di greggio, cioè facendo raggiungere alla produzione irachena, sotto il controllo della Hallibarton e delle aziende a essa consociate, i sei milioni di barili al giorno. Nonostante la guerra, l’uso di armi chimiche e non convenzionali, le decine di migliaia di morti e la formazione dei governi collaborazionisti, nessuno degli obiettivi che gli Usa si erano prefissati in Iraq è stato raggiunto. I barili estratti attualmente sono 2 milioni e mezzo, una quantità di gran lunga inferiore rispetto alle aspettative americane. Svanita è, inoltre, anche la prospettiva di evitare la guerra civile con l’intento di coinvolgere l’ala sunnita (anche per mantenere il controllo dell’area centrale dell’Iraq, zona di tradizione sunnita, ricca di oleodotti da nord a sud e da sud a nord ovest con giacimenti le cui scorte sarebbero simili a quelle dell’Arabia Saudita).

Ma la tanto evitata guerra civile, alla fine, è scoppiata tra sunniti e sciiti, kurdi, arabi e turcomanni e l’ultimo governo pseudo democratico che si è instaurato regge grazie alla presenza militare (scenario simile a quello afgano).
L’America non riesce a riconoscere la sua disfatta totale, preferisce definirsi in declino, come in ripresa da un momento difficile che l’ha vista piegarsi dal punto di vista strategico e di controllo di territori, nostalgica di un vecchio imperialismo ormai morto, sia per il colpo crudele sferzati l’11 Settembre 2001 in cui migliaia di innocenti sono stati vittime di una guerra invisibile di poteri, prevaricazioni e  presunti patti non rispettati.  Sicuramente la strada della ripresa e l’essere l’ago della bilancia di molti equilibri diplomatici non è una questione semplice e immediata, ma sicuramente puntare sul dialogo e cercare un compromesso, piuttosto che mostrare la forza e il predominio, potrebbe essere un buon  inizio.

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