I residui del ciclo produttivo possono lasciare sugli indumenti tracce nocive da non sottovalutare. I capi più “pericolosi”? Jeans, t-shirt e biancheria intima femminile. Il consiglio per tutti è lavarli subito, anche più volte e rivolgersi al medico ai primi segni di irritazioni cutanee sospette


I medici sgombrano subito il campo da idee preconcette. Non sono le fibre (naturali o sintetiche) a essere pericolose, ma i residui chimici rimasti alla fine del ciclo produttivo.

Così il contatto con un indumento che contiene tracce di sostanze tossiche può provocare irritazioni, orticarie o, nei casi più gravi, vere e proprie reazioni cutanee di tipo allergico.

In Italia, dal 3 al 10 per cento delle dermatiti allergiche da contatto (Dac) sono dovute proprio alle sostanze allergizzanti presenti nei capi d’abbigliamento. Tradotto in numeri, si tratta di circa 700 mila persone che hanno sviluppato un’allergia a una qualche sostanza presente in un indumento indossato.

Un monitoraggio condotto da Sidapa (Società italiana di dermatologia allergologica professionale e ambientale) sui casi più gravi ha rilevato che il 70,6 per cento era causato da tessuti, il 17,1 per cento da accessori metallici (zip, bottoni, fibbie che contengono nichel) e il 12,3 per cento da scarpe.

Ma la correlazione tra dermatiti (sia irritative che allergiche) e indumenti è ancora sottostimata perché spesso le reazioni cutanee si limitano a un po’ di prurito, un leggero arrossamento o qualche bolla; fastidi che spariscono poco tempo dopo aver tolto il capo “incriminato” e che vengono quasi sempre imputati ad altri fattori: mi ha punto una zanzara… ho sudato troppo… basta cioccolata che mi fa venire l’orticaria…

Difficile stilare una graduatoria dei prodotti più a rischio, però i capi che più spesso risultano implicati nelle patologie cutanee sono camicie, jeans, t-shirt, collant e biancheria intima.

Perciò, chi sa di avere la pelle sensibile o di essere facile alle allergie dovrebbe evitare di indossare calze e magliette con colori scuri (blu, nero, viola, marrone). Soprattutto le donne dovrebbero stare attente alla biancheria troppo colorata. I ginecologi hanno riscontrato una relazione tra l’uso di slip di colore nero e l’insorgenza di infiammazioni vaginali.

Anche i jeans, specie se attillati, possono innescare reazioni cutanee violente, soprattutto tra chi è già allergico al nichel, perché i residui di coloranti possono contenere tracce di metalli pesanti.
L’accorgimento più banale ma efficace è quello di lavare il capo appena comprato e se perde colore, lavarlo un’altra volta. Inoltre, i risciacqui servono anche a togliere eventuali residui di detergenti, ammorbidenti e conservanti che quasi sempre contengono la formaldeide, molto irritante per le prime vie respiratorie.

Comunque, se vedete comparire reazioni cutanee e sospettate che siano correlate a un certo indumento, sarebbe bene che, oltre a rivolgervi al proprio medico, segnalaste il caso all’associazione Tessile e Salute che vi indirizzerà verso uno dei Centri che fanno parte dell’Osservatorio dermatologico Sidapa. Sono otto, distribuiti su tutto il territorio nazionale.

Per il Nord Italia: Clinica dermatologica dell’Istituto Galeazzi dell’Università di Milano (tel.02/662141); Clinica dermatologica dell’Università di Verona (tel.045 8122547-045 8122635) Sezione di Dermatologia dell’Università di Ferrara (tel.0532-236244-237307).

Per il Centro: UO di Dermatologia allergologica, Dipartimento Scienze dermatologiche dell’Università di Firenze (tel.055-2344422); Sezione di Dermatologia clinica allergologica dell’Università di Perugia (tel.0755-783452); Sezione di Dermatologia allergologica e professionale dell’Istituto dermatologico San Gallicano di Roma (Info, IFO tel.06 52661-segreteria amministrativa 06-58543731).

Per il Sud: Clinica dermatologica dell’Università di Bari (tel.080-5592 680); Clinica dermatologica dell’Università di Messina (tel.090-3993566)

[Fonte: wisesociety]

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