Giuseppe Ayala, “Troppe coincidenze”

“Troppe coincidenze” di Giuseppe Ayala, pubblicato nella edizione Frecce nel gennaio 2012, ad un anno di distanza è riproposto da Mondadori nella collana Oscar bestsellers.

Saggia scelta da parte dell’editore: è infatti un libro coinvolgente, stimolante, prezioso per la propria biblioteca.

Una riflessione sugli ultimi venti anni di vita della nostra nazione dal 1992 ai nostri giorni, una riflessione che ti fa riflettere, fatta da chi ha avuto la possibilità di “osservare” con partecipe attenzione da un angolo di visuale privilegiato, anzi da più angoli privilegiati, cioè da pubblico ministero nel primo maxiprocesso contro la mafia (a stretto contatto con Falcone e Borsellino), da parlamentare dal 1992 al 2006, da sottosegretario alla Giustizia nei governi Prodi e D’Alema, da magistrato attualmente in servizio presso la Corte di Appello dell’Aquila.

La dedica in epigrafe esprime “in nuce” l’humus che caratterizza il testo: “Ai contemporanei che, come me, vivono a disagio nella contemporaneità. Ma non si arrendono.”

Ed appunto l’analisi attenta dei fatti degli ultimi venti anni (anzi degli ultimi trenta, se vogliamo comprendere anche gli anni ottanta in quanto preparano i successivi) fa venire alla luce “circostanze misteriose”, che evidenziano connessioni tra “gli eventi della politica” e “quelli criminali”: “Troppe coincidenze”, dunque, a cui rimanda eloquentemente il sottotitolo “mafia, apparati deviati, politica, giustizia: relazioni pericolose e occasioni perdute”.

Poco prima delle stragi di Capaci e di via D’Amelio del 1992, Ayala viene eletto al Parlamento nazionale proprio sul nascere della vicenda di Tangentopoli. L’anno 1992 – si evince dal racconto – è considerato dall’Autore una specie di spartiacque nella storia d’Italia più recente. E già appare significativo il commento a caldo (due ore dopo l’attentato a Falcone) che Ayala rilascia ad una giornalista del Tg3: “Mafia è poco. Non è solo mafia”. Commento che nel presente volume lo stesso Autore esplicita con chiarezza prima nell’introduzione (“l’esecuzione della strage è mafiosa; la matrice, però, è più complessa e non fa capo soltanto a Cosa Nostra”), poi nel capitolo “stragi e coincidenze” (“le stragi del 23 maggio e 19 luglio sono state volute dalla mafia. Su questo non ci piove. Ma è ragionevolmente possibile escludere a priori che vi siano stati coinvolti anche “pezzi deviati”, come si suol dire, dello Stato?”). Ma già Falcone, subito dopo essere scampato il 21 giugno 1989 all’attentato ordito presso la sua villetta all’Addaura, affida al giornale “La Stampa” le sue amare considerazioni: “Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa Nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi… sto assistendo all’identico meccanismo che portò all’eliminazione del generale Dalla Chiesa… il copione è quello. Basta avere occhi per vedere”.

Ayala stigmatizza fatti e vicende politiche che segnano come punti fermi la storia a noi più vicina. Tangentopoli, innanzitutto, con il discorso di Craxi del 3 luglio 1992 (in cui si teorizzava “il ricorso al finanziamento illecito dei partiti”), con i ministri che cadevano “come birilli” travolti dagli avvisi di garanzia, con tutti quegli accadimenti che facevano presagire la fine ingloriosa della Prima Repubblica. Un’occasione storica per un rinnovamento etico e politico? Un’occasione perduta invece.

Il ’93 è sì l’anno della cattura del capo dei capi di Cosa Nostra Totò Riina, ma anche delle bombe di Roma, Firenze, Milano con i conseguenti drammatici inquietanti interrogativi. Due ulteriori “bombe”, che non hanno sparso sangue sul momento, ma che avrebbero provocato conseguenze devastanti dopo: il fallimento della legge sul conflitto degli interessi (“si instaurò e diffuse in tutto il Parlamento un clima che i maligni definirono di inciucio”) e la nuova legge elettorale (“fatte le doverose eccezioni – commenta Ayala – la qualità dei candidati delle liste bloccate è sotto gli occhi di tutti”). Per quanto riguarda questa nuova legge elettorale (il cosiddetto “porcellum”) tutti dicono fino ad oggi – a parole – di volerla cambiare, ma nessuno – nei fatti – la cambia. Si aveva bisogno di yesmen, di gente disposta a dire sì, a non pensare con la propria testa e, soprattutto, a non essere “voce libera”. Il buon Cossiga fa capire all’”ingenuo” Ayala, quando in Parlamento si discute del “porcellum”, che «sono tutti d’accordo. Fanno il gioco delle parti…».

Di grande interesse le osservazioni sul problema “giustizia e magistratura”: “è assai probabile che dalle nostre parti – impietoso, ma realistico l’esordio – ormai la giustizia che risulta più gradita è quella debole con i forti e forte con i deboli”. L’analisi lucida e le proposte operative (prescrizioni, intercettazioni, Consiglio Superiore della Magistratura, Associazione Nazionale magistrati) risultano basilari, se si vuole procedere seriamente ad una riforma della macchina della giustizia, troppo spesso inceppata, inaccettabilmente lenta ed inefficiente, mentre drammatici sono i dati Istat e dell’Agenzia dell’Entrate “sul fatturato annuale delle principali forme di illegalità che affliggono il paese: evasione fiscale, 120 miliardi di euro; riciclaggio, 150 miliardi di euro; mafie varie, 135 miliardi di euro”.

Ma come è la mafia oggi? “Calati juncu, ca passa la china” (abbassati giunco, perché la piena passa). E’ una mafia, che non vuole essere sotto i riflettori come ai tempi di Totò Riina, che vuole invece mimetizzarsi alla maniera di Bernardo Provenzano (arrestato nel 2006), che cerca di “lavare” gli affari sporchi e ripulirli in investimenti leciti, il tutto con la protezione di colpevoli omissioni e correi silenzi da parte di certi funzionari dello stato e di certi politici: “Cosa Nostra oggi presenta due facce: una è ancorata alle tradizionali attività criminose legate al territorio, l’altra è svincolata dalla dimensione localistica e opera con spregiudicatezza nel mondo dei grandi affari speculativi e finanziari”.

Ed ancora inquietanti – in Sicilia in particolare – i rapporti con quella frangia complice di pubblica amministrazione e quella frangia corrotta di politica nella spartizione “a tavolino” negli appalti e – al Nord senza ombra di dubbio – il radicamento degli interessi mafiosi soprattutto nel riciclaggio del danaro sporco. E’ – per dirla con Sciascia – la “linea della palma” che sale “su su per l’Italia”.

“Troppe coincidenze” per non pensare a collegamenti tra mafia e “centri occulti di potere”: testo di grande attualità per cercare di capire cosa c’è dietro l’angolo.

Sobrio, essenziale, incisivo il registro linguistico. Si avverte lo sforzo dell’Autore di rendere semplici e comprensibili le proprie annotazioni, soprattutto quando si entra nel terreno – talvolta aggrovigliato – della macchina giuridica ed amministrativa.

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