Jan Havickszoon Steen l’erotico fantasista

Jan Havickszoon Steen l’erotico fantasista

In questi giorni sembrano essersi dato un appuntamento per l’uscita di scena una serie di grandi artisti e fantasisti, cantastorie e giullari di altri tempi; e sono usciti di scena nel loro stile, senza rumoreggiare e senza nemmeno pretendere celebrazioni, facendo intendere che la grande preziosità della vita è racchiusa semplicemente in essa stessa ed è proprio la sua celebrazione, cioè una vita intesa nella piena realizzazione di se, che dà un grande senso al tutto. Nella loro rara semplicità hanno avuto la bravura di affrontare sempre i grandi argomenti, che poi sono fondamentalmente gli stessi: l’amore, la paura, l’eros, e poi la dignità e la raffinatezza dei semplici e degli ultimi, oltre alla vacuità del possesso e all’impermanenza delle cose. Dipanare l’eterno dissidio tra l’avere e l’essere, tra la gioia e la regola, tra il piacere e il dovere, sembra essere il loro tratto affascinante, e sono eternamente attraenti perché aiutano a ritrovare ironicamente quella libertà che non piace mai al sistema e di cui forse l’uomo stesso ha grande timore.

Tutto viene scritto dentro gli schemi rassicuranti del si fa così, e tutti questi uomini riescono con l’amore per l’ironia a farci andare oltre e a farci leggere senza paura i lineamenti di una vita seria, ma scanzonata, senza prendersi eccessivamente sul serio.

Di tutti questi artisti moderni è inutile fare i nomi, perché anche chi non ne ha mai sopportato le note o le acute osservazioni diluite nei testi delle canzoni apparentemente leggere, li ha imparati. Dopo la loro scomparsa riescono ad apprezzarli e a collegare la loro vita a delle musiche che per tanto tempo ci hanno accompagnati. Sono persone capaci di mettere nelle scarpe da tennis tutta la simbologia di una maniera di vivere e farne poesia, abili a intravedere i problemi delle città e al contempo annegarli ridendo tra il barbera e lo champagne, o a intraprendere i primi impegnativi viaggi nell’eros cantando il sesso con il cuore per combattere la noia e cercare l’universo in una Piazza Grande.

Tanti ce ne sono stati come loro di giullari e cantastorie e tanti ce ne saranno ancora, ma uno degli antesignani in pittura é sicuramente Jan Steen.
In tutte le sue opere che vengono realizzate intorno alla metà del XV ° secolo, da una parte traspare il desiderio di contrastare la visione di alcune donne che oggi definiremmo gattare di sinistra o puritane clericali, che condannano a priori i tombeur de femmes, la figura del casanova, come se fosse una tragedia per il mondo intero, e la concezione bigotta di tanti uomini che la cultura asfissiante del sociale, fatta di credenze false ed ipocrite, spinge più verso la sopravvivenza che verso un anelito di vita reale.

Ma d’altro canto pare di intravedere tra i suoi quadri, pieni di oggetti e di attori tra le quinte, un severo monito ed un sincero avvertimento per quelli che possono essere i malesseri causati da una eccessiva libertà. Avvertimenti simbolicamente celati dentro qualche teschio che spesso sembra ricordare il vecchio adagio che bacco tabacco e venere riducono l’uomo in cenere.
É l’ anticipatore di quel modo di vivere che oggi definiremmo “l’andare al massimo”, e Flavio Caroli ha accostato la sua filosofia al modo di dire sex, drugs and rockn’roll, definendo il suo stile di vita sesso, birra e pittura.
Straordinaria intuizione del magico claudicante, anche lui, per sua confessione, destinato ai fasti della storia dell’arte piuttosto che a una vita da casanova, a causa del leggero difetto dell’incedere. Conoscendone bene la storia, da straordinario cultore dell’arte, sapeva del piacere che Steen trovava, oltre a dipingere e a guardare la vita, nel bere birra al di là del lavoro di imprenditore, che lo vide prima prendere in gestione una fabbrica di birra e poi allestire una locanda in casa propria a Leida dove attese con gioia vitale la morte, poco più che cinquantenne.

La struttura del romanzo ancora non era pienamente affermata, ma lui in maniera più che romantica ne precorse con la sua vita l’essenza consapevole.
Tutte le speranze solleticate e discretamente auspicate nei suoi dipinti, le avventure fantasticate ed augurate a chi ne godeva le trame, trovano un più che discreto finale in uno dei quadri di proprietà della corona Inglese. Qui nella donna alla toeletta il sensuale sfilarsi le calze è solo il chiaro anticipo di storie che saranno narrate solo più avanti nello sviluppo del genere del romanzo, e tutto sempre nella leggerezza e nella chiarezza della luce, perché innanzitutto è un olandese, ed è ben noto il rapporto con la luce dei fiamminghi. La luce si traveste delle piccole grandi verità che si leggono su tutti gli oggetti presenti sulla scena del suo tema preferito, la vita di tutti i giorni.
Da perfetto cantastorie una delle sue armi è l’introspezione psicologica e come tutti i cantastorie liberi non può fare altro che esporre con serenità disarmante l’umano e tutte le sue passioni, le basse e le alte, rileggendole con una dose di ironia che non può non ricordare i moderni cantastorie.

Sullo sfondo il tempo sembra assente. È il tempo degli artisti e dei fannulloni, dei creativi e di tutti quelli che da sempre vagheggiano il diritto all’ozio senza affannarsi a cercare occupazioni se non il vivere completamente.
Siamo in presenza di quella dolce pigrizia che le classi del potere dirigente non ama, la pigrizia che prova a dare pari diritto all’ozio rispetto all’operosità. E oltre al piccolo saggio di Stevenson, l’elogio dell’ozio fa venire alla mente un grande racconto del 1819, Rip Van Winkle, in cui Washington Irving dice : Che età felice quando un uomo può essere inattivo impunemente.

Ecco, Steen nella sua età felice fu creativo impunemente. Inserendo in tutta la sua arte le tracce dell’irrisolta potenza dell’eros, della libertà e della gioia . Nelle sue tele, di una straordinaria qualità, la dimensione del reale diventa teatro, e tutto pare leggero nonostante il caos. È un perfetto commediante, un fantasista e tale si rivede, perché in uno dei suoi autoritratti appare nella foggia proprio di un saltimbanco, oh impudico, con le gambe accavallate , che felicemente strimpella un liuto con chissà con quale perizia annebbiata forse dalle pinte di birra di cui risplende una caraffa sul tavolo.
E la sua faccia felice, ignara di qualunque accordo triste di sesta napoletana, sembra dire ma chi è meglio di me?

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