Gli apostoli hanno parlato con le lingue del loro tempo, ora noi, in forza dello Spirito, siamo invitati a parlare con le lingue del nostro tempo. La vera sfida dell’uomo

il cenacolo

Sono trascorsi cinquanta giorni da Pasqua. Il tempo è volato. Il tempo vola, spesso ci sfugge.

Mi chiedevo se fosse così anche per gli apostoli chiusi nel cenacolo, ancora impauriti e incapaci di comprendere bene i fatti accaduti. Risurrezione, ascensione, promesse, benedizioni e senso di abbandono. Gesù è risorto. Gesù ha vinto la morte. Gesù è ritornato loro augurando la pace, parlando, benedicendo e manifestandosi, ma non è più con loro.

Ha lasciato il suo testamento dell’amore. Se lo ripetono ogni giorno, chiusi ed impauriti nel cenacolo: “Ha detto che dobbiamo amarci e amare!”, ma non è più con loro.

Gesù non è più con loro. Li ha inviati a annunciare il vangelo. Li ha mandati a portare l’annuncio che in lui è stata vinta per sempre la morte, che in lui siamo stati salvati, ma ora Gesù non è più con loro.

Come fa un cuore ad accogliere il mistero della risurrezione? Come fanno gli apostoli ad accettarla? Probabilmente, lì, chiusi nel cenacolo, si domandavano ancora che cosa significasse la risurrezione del Figlio di Dio.

“È ritornato, è risorto, ma ora siamo soli!”.

Senso di solitudine e profondità del mistero. Sono queste le due sensazioni che dominavano gli apostoli. La risurrezione non è un fatto rassicurante, ma scioccante. È un bagaglio che rimane dentro all’animo dei discepoli. Pochi giorni prima avevano visto il loro Gesù in croce, ora lo ritrovano vivo e benedicente.

Questa è la logica del Vangelo. A ogni morte segue la vita. A ogni situazione ripiegata segue un risollevarsi. Questa è la dialettica evangelica. La vita vince la morte.

Questo è quanto, ora, gli apostoli, chiusi nel cenacolo, sentono di dover portare fuori, ma manca ancora la forza. Gesù è lontano, Gesù non c’è più.

Si sforzano di fare memoria, come accade a noi davanti alla fotografia di un caro che è andato nella gloria del Padre, ma non basta. Manca ancora la consapevolezza della presenza viva di Cristo. Manca ancora la coscienza che colui che ha vinto la morte, che è risorto è rimasto con noi, rimane con noi e cammina con noi come il Dio dell’Esodo.

Manca ancora questa consapevolezza che viene donata agli apostoli il giorno di Pentecoste. È il giorno in cui la memoria dell’amore diventa ricordo vivo ed efficace e ritorna ad essere comunione. Il Padre e il Figlio donano agli apostoli la loro consolazione, ma soprattutto la loro comunione. Lo Spirito è dono di comunione e consolazione. Gli apostoli non sono soli, ma nell’amore, ora, sono uniti nel Risorto.

È il dono dello Spirito che dà forza di amare, di custodire, di proseguire i percorsi.

È il dono dello Spirito che fa della vita di ciascun discepolo un vangelo vivente.

È il dono dello Spirito che nel riconoscimento delle fragilità e delle paure di ciascuno permette di alzare gli occhi al cielo e riconoscere questa comunione vitale con il Padre e il Figlio.

È il dono dello Spirito che nel riconoscimento dell’essere stati amati ci conduce ad amare.

È il dono dello Spirito che ci fa aprire le porte dei nostri cenacoli, per annunciare il vangelo dell’amore con tutti i linguaggi che ci sono offerti e con tutte le lingue.

Gli apostoli hanno parlato con le lingue del loro tempo, ora noi, in forza dello Spirito, siamo invitati a parlare con le lingue del nostro tempo. Lo Spirito ci doni un linguaggio di integrazione, comunione e ampliamento di confini come a quel tempo.

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