Tutti dicono di voler cambiare la legge elettorale ma la maggioranza si è spaccata. Il Pd vuole reintrodurre le preferenze. Il Pdl s’oppone. Quale sarà la via d’uscita?

la riforma della legge elettorale

La parola d’ordine è sempre la stessa: cambiare la legge elettorale. A dirlo sono in tanti, non ultimo il presidente del Consiglio, Enrico Letta. Tanto che il vertice tra maggioranza e governo ha promesso le novità entro l’estate.

Come cambiare la legge elettorale resta però un grande punto interrogativo. Perché le possibili modifiche al Porcellum evidenziano le diverse sensibilità nella maggioranza formata da Partito democratico, Popolo della libertà e Scelta civica. Ma le distinzioni sulle azioni da intraprendere ce ne sono pure nei partiti.
L’accelerazione alla riforma è diventata prioritaria dopo che il 17 maggio la Corte di Cassazione ha stabilito che il Porcellum «provoca un’alterazione degli equilibri istituzionali». In pratica i giudici hanno bocciato il premio di maggioranza e le liste bloccate.

L’incarico di portare avanti la trattativa è stato dato al ministro per le Riforme, Gaetano Quagliariello e quello dei Rapporti con il parlamento, Dario Franceschini.

Per l’esponente del Pdl sono necessari «interventi immediati e mirati» sul Porcellum «per eliminarne i difetti più evidenti». E le prime ipotesi riguardano la modifica parziale del premio di maggioranza, uno dei grossi difetti della legge firmata da Roberto Calderoli nel 2005.

Nella prima bozza targata Pdl si è ipotizzato un premio sia alla Camera sia al Senato alla coalizione che raggiunge o supera il 40% dei voti. In questo modo sarebbero aboliti i premi su base regionale che hanno condotto allo stallo a Palazzo Madama.

Ma per assurdo questa modifica – che sulla carta supera alcuni difetti del Porcellum – rischia di creare una situazione ancora più confusa di quella attuale. La soglia del 40%, infatti, è considerata molto alta da tutti i partiti. Per questo dalle parti di via dell’Umiltà la percentuale è stata subito rimessa in discussione. E anche nel Pd serpeggia una certa diffidenza. «Queste soglie servono solo per alzare la posta in gioco», è un commento ricorrente.

La prima revisione aleatoria del Porcellum per ora non convince. Per Stefano Ceccanti, costituzionalista e senatore del Pd «vale la legge di Murphy per cui se una legge fa schifo si può sempre peggiorare e anche di molto». Inoltre la riforma che la maggioranza sta mettendo a punto è un ritorno al proporzionale puro. Le riserve del Pd sono arrivate anche dal segretario Guglielmo Epifani che ha evidenziato come questo sistema «porterebbe l’ingovernabilità». E qualcuno ha già ribattezzato il passaggio dal Porcellum al «Porcellinum».

Oltre al nodo del premio di maggioranza, Pd e Pdl non la pensano allo stesso modo neppure sulla compilazione delle liste. Se i democratici sono favorevoli al ritorno delle preferenze, Silvio Berlusconi non ne vuole saperne, così come non vuole la ridefinizione dei collegi.

Nell’area di centrodestra solo Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia sostiene il ritorno alla scelta diretta del rappresentante.

Nel Pd c’è anche chi come Anna Finocchiaro vorrebbe tornare alla precedente elegge elettorale, il Mattarellum. Questa ipotesi potrebbe conquistare le simpatie dei montiani di Scelta civica, da sempre schierati verso quel modello. Di nuovo le resistenze arrivano dai berlusconiani che non sono d’accordo perché consci che il vecchio sistema li sfavorirebbe.

Inoltre il governo nel vertice di maggioranza, ha discusso anche di una riforma più complessiva che comprende la riduzione del numero di parlamentari e il superamento del bicameralismo perfetto.
Questo scenario complica ulteriormente la situazione perché si tratterebbe di mettere mano a delle riforme costituzionali, impossibili da realizzare in breve tempo.

Dalle parti del Pd lascia perplesso anche il criterio di provvisorietà delle modifiche per il Porcellum. «Anche la legge di Calderoli doveva essere una soluzione transitoria invece ce la portiamo avanti dal 2005», ha commentato un esponente democratico.

Il costituzionalista Andrea Morrone non è per niente convinto delle proposte che sono state avanzate dai partiti. «Dovrebbe essere una legge ponte», ha detto, «ma ho l’impressione che abbia ragione Maurizio Crozza quando ha definito questa maggioranza e questo governo quello delle ‘lunghe attese’».
Insomma il rischio è che anche questa volta si riduca tutto a un nulla di fatto

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