Il Congresso Usa scrive all’azienda per capire “quali conseguenze gli occhialini per la realtà aumentata avranno in concreto sulla privacy del cittadino medio”

il co-fondatore di Google Sergey Brin

Mentre il direttore esecutivo di Google, Eric Schmidt e il collega Jared Cohen girano l’Europa per presentare il libro The New Digital Age – ricco di spunti su come Internet cambierà il mondo nel decennio a venire – l’azienda continua a essere sotto pressione per i problemi suscitati da uno dei prodotti più rivoluzionari fino ad ora progettati nel campus di Mountain View: gli ormai arcinoti Google Glasses. Un gruppo bipartisan di otto rappresentanti del Congresso americano ha indirizzato una lettera all’amministratore delegato Larry Page per capire “quali conseguenze gli occhialini per la realtà aumentata avranno sulla privacy dell’americano medio”.

Preoccupano soprattutto le possibilità di sorveglianza e monitoraggio in incognito rese teoricamente possibili dal dispositivo. I politici citano fra l’altro un articolo del Wall Street Journal in cui si sostiene come sia solo questione di tempo “prima di poter essere in grado di inquadrare un volto e, tramite la tecnologia di riconoscimento facciale ottenere l’indirizzo, l’esperienza lavorativa, lo stato civile, le misure e gli hobby, di un certo individuo”.

Può darsi che si tratti di timori eccessivi: dopotutto il prodotto deve ancora essere distribuito al pubblico (è stato sperimentato per ora soltanto da alcuni beta user che l’hanno ricevuto tramite invito) e, come ha sostenuto lo stesso Schmidt in una recente conferenza ad Harvard “le critiche sono inevitabili da parte di persone che hanno paura dei cambiamenti o non hanno compreso che la società di adatterà ad essi”.

È già accaduto in passato, che innnovazioni inizialmente assai contrastate siano diventate rapidamente mainstream. Ma anche senza riconoscimento facciale, una tecnologia verso cui Google ha sempre avuto un atteggiamento piuttosto prudente, arrivando al punto di rinunciare a immettere sul mercato un software considerato troppo pericoloso in assenza di protezioni normative per l’utenza, anche solo l’idea di poter essere ripresi e fotografati a propria insaputa, ha un che di inquietante. E non aiuta, come fanno notare i membri del “Privacy Caucus” del Congresso, il fatto che in materia di tutela dei dati altrui l’azienda californiana non possa vantare un pedigree del tutto immacolato.

Lo scandalo maggiore è quello legato alla raccolta non autorizzata di dati da reti wi-fi non protette da parte dei veicoli del servizio Street View: una pratica scoperta nel 2010 e per la quale la Grande G, oltre a scusarsi pubblicamente, ha deciso di pagare 7 milioni di dollari – un’inezia per chi guadagna 100 milioni al giorno – per mettere fine alle azioni legali in corso in 38 Stati americani.

Alla luce di questo precedente, chiedono i firmatari del documento, quali garanzie ci sono che la società non raccoglierà i dati dell’utente senza il suo consenso? Altro interrogativo: quali soluzioni sta mettendo in campo Google per proteggere invece la privacy delle persone osservate? E, nel caso per esempio che si decida di rivendere o prestare gli occhiali, come essere certi che quanto immagazzinato al loro interno non cada in mani sbagliate? Come cambierà, se cambierà, la normativa sulla privacy di Google per tenere conto del potenziale invasivo del nuovo gadget? I congressisti si aspettano delle risposte in tempi rapidi: la scadenza ultima per la replica da parte dell’azienda è fissata per il 14 giugno.

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