Il vero male è l'Occidente? Domanda retorica, risposta: no

Alla trasmissione “Fahreneit” di Radio3, di sabato 18 maggio, era intervistato Eyal Weizman, autore del volume Architettura dell’occupazione. Spazio politico e controllo territoriale in Palestina e Israele (Bruno Mondadori). Mai suoi libri sono stati tradotti in quella sorta di stato canaglia e illiberale che è Israele. Canaglia e illiberale ma anche l’unica democrazia (almeno per chi scrive) del Medio Oriente. Tanto è vero che si può esercitare la critica politica, si può votare, si può condividere un parlamento con altre culture e religioni ecc.

Niente di particolare ci sarebbe stato se dalla presentazione di un volume che presenterà senza dubbio i suoi lati interessanti, la seguita emissione radiofonica per il tramite dei conduttori e del pubblico applaudente non si fosse addentrata e inoltrata (seguendo i percorsi intellettuali ad un tempo accidentati ed esemplificatori dell’autore) nel manifestare critiche politico-filosofiche pesantissime alle solite due vittime predestinate. America e Israele. Nel mondo, nulla di peggio delle torture di Guantanamo, nulla di più orribile dei bombardamenti israeliani di Gaza.

Chi scrive non è d’accordo con queste valutazioni. Si è sentito evocare in Fahreneit “La banalità del male” della Arendt (ossia le responsabilità più o meno inconsapevoli del funzionariato tedesco, e in ultima analisi, della popolazione tedesca, sulle quali si appoggiava il Terzo Reich). Una evocazione per carità molto sfumata, che sfiorava forse soltanto il ragionamento di Weizman. Ammettiamolo pure. Ma a noi pare brutto, in qualunque modo ciò avvenga, anche con associazioni lontane interne a ragionamenti complessi, vedere accostare il razzismo e il nazismo agli ebrei, anche i più fondamentalisti e aggressivi (ma sappiamo bene che ciò accade, basterebbe pensare al meeting di Durban sul razzismo di pochi lustri addietro, così ben attaccato da Pierre-André Taguieff in un suo magistrale volume di una decina di anni fa) e anche su Guantanamo: certo un luogo di obbrobri; ma come è nato, siamo sicuri che proprio su Guantanamo debba esercitarsi emblematicamente il garantismo che tutti difendiamo? E che non esistano carceri più duri di quello, nato in un contesto specifico e che presenta oggettivi problemi nell’essere dismesso senza se e senza ma? Non sono esistiti i gulag e i lager, non esistono i laogai cinesi? Chi ne parla di questi ultimi? Vogliamo rileggere insieme un po’ di storia, vogliamo ragionare insieme su come sono nate sia l’occupazione israeliana sia il carcere americano nell’isola di Cuba? Io desidero criticare l’Occidente, i guasti che noi commettiamo. Dunque criticare l’occupazione di Gaza nelle sue forme più gravi, e quegli Stati Uniti che sono una democrazia (sì lo sono, sorry) dalla quale non aspettarmi violenze su prigionieri e carcerazione disumana.

Ma allora parliamo anche di articoli del nostro codice penale che prevedono pene eccezionali per accusati di reati particolarmente gravi. Pene eccezionali non devono valere per nessuno. Non si può (e ragiono per assurdo) augurare la pena di morte per i malavitosi (veri o presunti) e scandalizzarsi per le violenze contro i terroristi islamici (veri o presunti). Potremmo ragionare su questo. Siamo un po’ stanchi di autoflagellarci in nome di un altro di cui si coglie soltanto il ruolo di vittima della nostra cattiveria. Occidente come Male, Male come Potere (e viceversa). Chi avesse ascoltato quella parte della trasmissione avrebbe sentito attaccare i parametri che le nostre istituzioni internazionali cercano di darsi: concetti come effetti collaterali di una guerra, di reazione proporzionale all’offesa subita, di restrizioni alla guerra preventiva sono difficili tentativi che noi facciamo per autoregolamentarci e per fornire della basi giuridiche alle corti internazionali. Noi paghiamo costi politici per guerre e eccidi che commetta uno dei nostri governi (Israele, USA, Francia) su questa terra difficile.

Il Potere (dunque il Male) sta anche altrove, in un altrove che non menzioniamo mai. Che una parte della nostra cultura vede sempre benevolmente perché nostri… nemici o perché troppo lontani dai luoghi caldi nei quali si esercitano le terribili crudeltà del Grande e del Piccolo Diavolo. Non è potere quelle dei capi di Utu e Tutsi, dei leader di Hezbollah o delle autorità politico-religiose iraniane? Non sono uomini e donne a migliaia e migliaia quelli che cadono sotto le bombe di Bashar el Assad, armato da Putin, e nemico giurato di Israele, non sono massacri di umanità infiniti, morti, deportazioni di massa, vendite di schiavi, quelli che accadono in Pakistan, in Birmania, in Cina e in Corea del Nord?

Sinché non si assumerà uno sguardo a 360° non ci sentiamo liberi, né abbiamo voglia, di sparare sempre sullo stesso obiettivo. Cioè di spararci addosso. Questo esercizio facile del conformista dei nostri salotti culturali. Si agitino i pacifisti e i benpensanti (quelli di un certo tipo) anche contro dittatori, torturatori del resto del mondo. Si agitino senza dire che nel sistema globale qualunque cosa accada nel più remoto angolo del pianeta è sempre e comunque responsabilità dell’Occidente cattivo e imperialista. Imparino ad analizzare le meccaniche storiche. Poi ne riparleremo e allora anche noi ragioneremo, come è doveroso fare, “a nome dell’altro”, come spiegava in un piccolo efficace saggio Alain Finkielkraut.

© Riproduzione Riservata

Commenti