Enrica Sansone e Mario Varotto, i due artisti del duo performer SaVa’, la nuova sigla del mondo dell’arte presenta la rassegna d’arte visiva EIDOPATH’ART

Cyber seduction- quadro dei SaVà

Il loro percorso artistico attraversa più di duemila anni partendo dal discobolo di Mirone per arrivare fino ad Al Oerter, il discobolo plurimedagliato detentore di ben quattro record mondiali della sua disciplina. Oerter e l’atletica in generale sono il simbolo del cammino ininterrotto dell’evoluzione psico-corporea dell’uomo, perennemente alla ricerca dei propri limiti, come punto di partenza per la scoperta di nuove capacità straordinarie. Lo sviluppo della scienza e della tecnologia sembra viaggiare di pari passo con la possibilità di ampliare lo sviluppo del potenziale umano, e più si intrecciano queste estensioni con la memoria, con l’anima, e con il pathos, più la fusione, e il nuovo individuo che ne deriva diventa, fonte di domande inquietanti.

Il progetto dei due artisti, parte coniando una nuova parola: l’eidopatia. Che non è il nome di una nuova forma di sofferenza, ma è il puro donare forma alle emozioni che crea questo nuovo rapporto dell’uomo con tutte le forme di estensioni tecnologiche.

Non serve far riferimento alle lame di Pistorius, perché basta pensare alla dentiera della nonna per capire quanto certe protesi possono allargarci la vita o accorciarci la mente. Altri hanno già detto dell’uomo automa e per alcuni si è risolto in un sogno per altri in un incubo. Golem, robot, e frankenstein vari, creati dalla scienza con intenti più o meno positivi, riempiono da tempo di spunti creativi e riflessivi le creazioni umane, ma le opere di SaVà, tutte realizzate a quattro mani, non rimangono automi o mostri ma si trasformano in qualcosa di più.

Già Fernand Leger, tra le due guerre, disciolse la sua figura umana, fondendola con le prime macchine del secolo scorso e con il suo film “Ballet mécanique” cominciò a far riflettere sui limiti e sulle possibilità della tecnologia. I due giovani artisti vanno molto più in profondità, vivendo nel secolo dello spaventoso salto tecnologico e digitale che ci porta a pensare con naturalezza alle macchine intelligenti, e vanno a sfiorare qualcosa che parla dell’uomo nel suo percorso evolutivo, e si va ad intrecciare con tutto ciò che, nel bene e nel male, diventa una estensione protesica. Ed il rapporto diventa fecondo ed interessante specialmente quando queste interazioni prendono la strada dell’anima e dell’evoluzione spirituale.

Con la loro ricerca, che parte dall’interno, la scienza diventa uno degli strumenti a disposizione dell’umano per una ricerca dell’essenza, cui ha più diritto di presiedere Pathos, cioè il mondo, a tratti irrazionale, delle emozioni.
Quando sono entrato nel loro studio, archetipo di un officina dell’arte, il primo nome che mi è balenato alla mente è stato quello di Giger, lo svizzero che ha immaginato per il cinema l’universo di “Alien”, un mondo alieno appunto, che arriva dall’esterno, le cui visioni, pur condite di un umanità latente, sono terrificanti e opprimenti. Le visioni di SaVà, pur colorate di un nero elegante, sembrano immagini che nella loro autonomia arrivano dall’interno; da quell’interno così profondo e subconscio, da pretendere parentela con l’anima. E il nero di cui loro non mi raccontano l’origine non può che rappresentare il buio intenso di fronte al quale ci troviamo quando cominciamo ad interrogarci sulla nostra essenza.

I due artisti trasferiscono quindi, con uno spirito che dicevo preraffaellita da veri artigiani dell’arte, tutte le discrepanze e le affinità che da questo rapporto vanno a originare domande nel loro mondo creativo, e la rielaborazione artistica dà vita ad una serie di nuovi esseri che a seconda del codice emotivo prendono il nome di pittura, scultura o installazioni totemiche, dando luogo attraverso degli innesti cromofigurali a nuove “creature” come alle volte vengono definite dalla parte femminile del duo.

Soggetti comunque arricchiti di protesi mnemoniche, rappresentate da pezzi di memoria artificiale.
Ma anche della memoria artistica personale di cui si risentono gli echi lontani. E della memoria collettiva dei fruitori che nel risolvere il rebus giocoso delle loro opere non potrà non notare nello spessore materico delle opere di pittura dei profili indefiniti che riallacciandosi allo sviluppo del moderno concetto di immaginazione, darà ad ognuno un immagine personale.
Il passaggio da forma a idolo, altra deriva della parola “eidos”, trova la sua maggiore espressione nel totem che sarà al centro della rassegna. Il totem molto alto e nero, che trattiene e al contempo libera, (o in cui si libra?) un corpo umano, non è affatto opprimente. Così come tutte le sculture, che si chiamano “Logiche multiple”, seguite da un codice alfa numerico, non sono pesanti o angoscianti, perché uno sguardo attento vi riconosce gli oggetti della vita normale che comunemente tutti ci troviamo ad utilizzare. In essi finisce per trasferirsi un anima come magicamente, accadeva negli arcaici “xoana” le prime statue cultuali di cui si ha notizia, a cui non venivano messi gli occhi per pudore emotivo o per paura che si animassero.

Gli occhi non compaiono nemmeno qui, ma la serietà del gioco di crescita creativa, cui l’arte ambisce, che di solito riescono ad esercitare in maniera naturale solo i bambini e gli artisti, è comunque presente sullo sfondo di tutta la rassegna, e infatti si circonderanno di ragazzi di varie scuole la mattinata dell’inaugurazione, perché forse c’è bisogno della loro solarità per fendere il buio che si incontra nella ricerca dell’anima, e perché è proprio da loro che bisogna cominciare a guardare con attenzione all’evoluzione nel corpo e nell’anima della società del futuro.

La passione umana per l’autosuperamento è a mio avviso a un trivio. Si può andare in una direzione scientifica e tecnocratica, verso una dimensione di evoluzione mistica e spirituale, o si può trovare una sintesi reale tra corpo e anima. Credo queste siano le domande messe in gioco da SaVà, con la tenerezza di Enrica Sansone che chiama “creature” le loro opere, e che a queste dinamiche si riferisse Mario Varotto, che con la sua forza guarda dubbioso ad una sorta di medioevo della tecnologia, nel dire: “Nella realtà in cui viviamo, ovattata da noi stessi, non abbiamo più scusanti.”

Vincenzo Pellegrino

Comunicato stampa

Sabato 1 giugno alle ore 18,00 nelle sale espositive della storica villa Bruno in S. Giorgio a Cremano sarà inaugurata la rassegna d’arte visiva EIDOPATH’ART realizzata dal duo performer SaVa’ (Enrica Sansone – Mario Varotto). Si tratta di una proposta di valenza internazionale in quanto gli argomenti trattati e il vigore delle testimonianze artistiche sono creativamente impegnate e si configurano in autentica e singolare autonomia. Il discorso è affrontato in un’anteprima che al momento non ha confronti.

L’evento a cura di Angelo Calabrese è patrocinato dal comune di S. Giorgio a Cremano, in collaborazione con InterCral Campania, Megaris ed Engema Arte, propone come si è già detto tematiche di forte contenuto sociale.
Ci si interroga sul futuro dell’uomo che nel tempo della continuità non potrà fare a meno di coniugare le sue prerogative psicofisiche con gli strumenti di cui si avvale il progresso scientifico e tecnologico.

I due artisti trasferiscono nel loro immaginario, pittura scultura ed installazioni totemiche, innestando metamorfosi cromofigurali a protesi di memoria artificiale a componenti “vitali” di circuiti energetici di cui si avvale la più sofisticata bio-ingegneria. Il momento espositivo è accompagnato da un catalogo, edito da Ritualia edizioni. dove le ragioni dell’arte e il progetto uomo a venire vengono significativamente interpretate e commentate. Il suo SaVa’ avanza nell’ambito di una creatività che impegna gli attraversamenti dell’uomo futuro ad un’etica della vita e dei valori umani in un ambito del tutto nuovo: lo impone l’attuale medioevo della scienza.

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