Un’onda lunga quasi 40 anni: il tulle con corpetto di acciaio e lucchetti di Dolce e Gabbana, le spille da balia di Versace, i jeans lacerati Balmain e Yves Saint Laurent

l’alta moda punta di nuovo sul punk

Punk! Nel primo film della serie Ispettore Callaghan, era questo l’epiteto che Clint Eastwood lanciava contro un sadico serial killer prima di sparargli. Punk nel 1971 era un’offesa, almeno per la società “per bene”, per la gente comune. Chi avrebbe mai pensato che nel 2013 il Metropolitan Museum avrebbe dedicato una lussureggiante mostra all’influenza che il movimento punk e il suo stile sdrucito, strappato, metallaro, avrebbero avuto sull’alta moda? Chi avrebbe mai pensato che addirittura il punk sarebbe diventato il movimento socio-culturale con il più ampio e duraturo effetto sull’alta moda? Eppure eccola qui, un’onda lunga quasi 40 anni: il tulle con corpetto di acciaio e lucchetti di Dolce e Gabbana, le spille da balia di Versace, i jeans lacerati di Balmain e Yves Saint Laurent, le borchie e le cerniere di Balenciaga e Givenchy, le mussole verniciate a spruzzo di Alexander McQueen, i maglioni sdruciti di Comme des Garcons, l’abito da sera di Moschino ricavato da sacchi dell’immondizia.

Il Costume Institute del Metropolitan ha dedicato la sua mostra primaverile a questo tema, “Punk: Chaos to Couture” (Punk, dal caos all’alta moda). Il curatore dell’istituto, Andrew Bolton, l’ha divisa in varie sale. Le prime due le ha definite “il racconto di due città”: si parte da New York, dal club Cbgb, nell’East Village, dove suonavano Richard Hell, Blondie, Patti Smith, e dove mise radici il movimento.

Nel pubblico del club c’era anche un giovane inglese, Malcolm McLaren, che diventerà il manager dei Sex Pistols. Fu lui, tornando a Londra, a lanciare insieme alla moglie Vivienne Westowood la boutique ufficiale del punk al 430 di King’s Road, nota con il nome di Seditionares.

Queste sono le radici, la nascita del movimento. E poi ci sono le sale in cui si spiega come i grandi stilisti abbiano reinterpretato i quattro elementi cruciali della moda punk: Hardware, Bricolage, Graffiti, Decostruction. Hardware, cioè “ferramenta”, inteso come chiodi, borchie, cerniere, lucchetti. Bricolage, il fai-da-te che consisteva nel recupero di rifiuti, in un tentativo di esprimere disprezzo per la società dei consumi.

Graffiti, cioé l’uso di vernice, spesso rosso sangue, per spruzzare sulle magliette slogan o denunce. Deconstruction, nel senso di distruzione: magliette strappate, jeans lacerati, giacche bucate.

Per ogni tema, eccone anche la reiterpretazione della haute couture: nell’Hardware, ad esempio, l’abito da sposa di Zandra Rhodes, anno 1977, tutto strappi e spille, o il vestito di Versace, anno 1994, aperto sui lati e tenuto insieme da spilloni (e che sarà per sempre ricordato anche perché lo indossò Elizabeth Hurley alla prima di “Four Weddings and a Funeral”).

Nel Bricolage i giubbotti in cocci, poster, carta straccia di Maison Martin Margiela. In Graffiti, le t-shirt di Moschino e gli abiti di Dolce e Gabbana. E infine Deconstruction, forse l’elemento più noto della moda punk doc, e più spesso “citata” nella moda commerciale: strappi e buchi dappertutto, perfino in un classico tailleur Chanel firmato da Karl Lagerfeld, anche se a guardare bene i buchi sono rammendati in modo che il vestito non si sfilacci tutto.

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