Seconda parte del saggio semiserio sulla brama di approvazione e sul desiderio di popolarità che accomuna tanti italiani

La fuga dei pennelli

La volta scorsa ho provato a tratteggiare le modalità che possono aiutare gli artisti a diventare degli artisti di successo, ma in fondo sono riuscito solo a parlare di quello che può essere considerato lo status quo dell’arte, del declino della figura dell’artista, e della motivazione di fondo che penso debba spingere ognuno a cercare la realizzazione della vita, cioè la passione. Ma di classici consigli pratici, di quelli che mai si riescono a trovare nemmeno in tutti i manuali che pretendono di insegnarci a vivere meglio, non sono riuscito ad individuarne che uno, il quale ridotto all’osso suggerisce, partendo per una odissea come quella di cercare successo nel mare magnum dell’arte, di non portare molti passeggeri sulla fragile barchetta, per evitare di cadere vittima di quella che ho battezzato “la sindrome del tenente Jo”, cioè avere tanto a cuore le sorti della pattuglia, al punto di perdere di vista il proprio compito.

Vediamo dunque, partendo dai punti fermi cui siamo giunti, cosa possiamo imparare.
Quella dell’artista appare meno professionale di tante altre professioni.

Diventa fondamentale allora costruirsi una straordinaria professionalità; diventare realmente competenti e abili nel fare. Se si vuole essere un grande pittore, o un grande in qualunque altro campo bisogna ogni giorno lavorare su quel qualcosa. Certo non in maniera ossessiva, perché anche in questa circostanza vale il principio di Pareto, che è un principio di economia e di informatica, che spesso viene usato da vari formatori, per costruire diagrammi che semplificano la comprensione di tutto ciò che ci accade nella vita. Nel caso specifico ci suggerisce che il 20 per cento del nostro tempo speso con passione nell’apprendimento, ci regala l’80 per cento delle nostre competenze.

Il dottorato dell’arte consiste nell’acquisizione quotidiana di competenze consapevoli, cioè di esperienze. Solo la sperimentazione porta reale competenza, e come si sa ogni competenza è figlia della ripetizione. Anche se questa non è la garanzia del successo, è chiaro che Maradona di sicuro non si seccava di fare i palleggi, anzi viveva nella gioia quando poteva farlo, al di là delle partite e delle vittorie, poiché era veramente appassionato.

Lavoro di intelligenza ed esercizio di passione quindi, al di là di ogni certificazione di laurea.
La presunzione inoltre, una delle caratteristiche che un artista deve avere, non può rappresentare un mero atto di superbia, perché l’alterigia e l’orgoglio non portano in nessun luogo, ma solo la traduzione in pratica della fiducia nei propri mezzi espressivi, che arriva proprio dal lavoro di ricerca e di perfezionamento. Bisogna anche convincersi profondamente del fatto che nella vita non si può sapere di tutto, ma con tanta passione e allenamento si può arrivare ad essere uno specialista di una piccola parte del conoscibile, di cui però si finisce per conoscere ogni singola sfumatura. Spesso la passione per le passioni, non va a braccetto con il successo economico, mentre questo quasi ripetitivo impegno quotidiano, che di frequente dà luogo anche al concetto di serialità, è ciò che fa la differenza.Spesso la ripetizione in serie dello stesso soggetto e delle stesse dinamiche non è un furbo stratagemma, ma una seria forma di indagine relativa al contenuto di una forma o di un gesto. Anche perché gli espedienti e la mancanza di onestà intellettuale vengono subito a galla.

Esistono artisti di serie a e di serie b. Gli artisti di serie b sono quelli che si sentono di serie b, e per non sentirsi tali si può solo ricorrere allo studio quotidiano attorno e nelle profondità di ciò che si intende ricercare. Questo rappresenta il salto in avanti che dà la qualità ad un professionista e lo distingue chiaramente da un artista della domenica.

Un altro dei punti fermi è che questo non è un paese per artisti. Non più. Oggi tutti dicono che una delle cose fondamentali per avere successo è andare via dall’Italia.

Andate a New York dice il direttore di flash art, Giancarlo Politi, e nella linea del suo giornale c’è un’accusa di fondo a quasi tutto il nostro sistema di insegnamento dell’arte moderna, ma soprattutto lo dice perché la grande mela rappresenta un crocevia di emozioni, di artisti, e di tecniche. È il motore di innovazioni vitali e di sperimentazioni radicali, come in passato poteva essere Parigi. Lo ha detto anche Kostabi di andare a New York, ma credo si riferisse ad esso come ad un centro, il classico ombelico del mondo, per reazione ad una vita di periferia dove l’arte non potrebbe albergare.

Ritengo che il viaggio sia importante a prescindere dall’arte e di conseguenza spostarsi fa bene all’artista, cambiare i propri modi di essere e gli ambienti che si frequentano, non può che essere un arricchimento. Oltretutto oggi tutti possono viaggiare a meno che non vincano le zavorre emotive, cioè i passeggeri sulla fragile barchetta per spostarsi nel mare dell’arte, di cui parlavo prima. O la paura di non sapere la lingua.

Questa era una delle problematiche che mi ha confidato Pietro Lista, valente artista salernitano, il quale mi disse che, se avesse conosciuto l’inglese, oltre ad essere un discreto rappresentante della transavanguardia trascinata da Bonito Oliva, sarebbe diventato un icona di fama mondiale. Per tutti quelli che scelgono come lui di rimanere in periferia per qualsiasi ragione, e penso si tratti di una scelta, perché una lingua di sicuro si può imparare più facilmente che la pittura, cosa rimane da fare se ci sono delle cose da dire?
Rimane tanto da fare. Basta trasformarsi in periferia. Se non si vuole andare all’estero basta guardare realmente chi si è, dove si vive, e da cosa si è circondati, perché l’arte è vita, e tutto ciò che ci circonda è arte.

Le cose più inaspettate possono diventare materiali artistici. I vecchi teloni dei camion o dei treni, le superfici di mura fatiscenti, le pietre, parti del proprio corpo o di quello dei propri amici, gli alberi e perfino la spazzatura. La cosa meno facile è introitare da testimone attento ma distante, realizzare la presenza dell’assenza fagocitando il reale, per rielaborarlo poi attraverso la propria sensibilità, e trasformando in un linguaggio emotivo le proprie passioni. È un po’ ciò che è stato, senza andare da nessuna parte e accontentandosi del piccolo spazio di una finestrella, il modo di fare arte del grande prigioniero, Giorgio Morandi.

E non è stato il solo a trasformare il proprio piccolo spazio in uno spazio universale. Certo però c’è il sistema dell’arte, le gallerie, e i musei diranno in tanti. Come si fa ad essere visti se si rimane in sobborghi privi di spazi a ciò destinati e senza una cultura visiva e percettiva dell’arte?

Bene, oggi anche nel suburbio più isolato si può attuare una ricerca delle informazioni giuste e dei giusti contatti, si può crescere attraverso la frequentazione di mostre, esposizioni, ed altre attività del sistema, che è una struttura continuamente alla ricerca del nuovo. Il web è così utile per allargare e coltivare la propria rete di conoscenze e con un po’ di determinazione e di costanza si può arrivare al pubblico e trovare possibilità espositive, anche gratuite, e opportunità lavorative. Mettersi di continuo sotto i riflettori ci aiuta a gestire le critiche, sconfiggere le paure, e ad accettare i rifiuti; in ogni caso a migliorare, ogni volta che ci sembra si sia chiusa una porta.

Investire su di sé e sulle competenze si può fare, ma la scelta delle operazioni che ci fanno crescere non è semplice. Crescere ad esempio vuol dire spendere soldi ed energie per proporre a tutti i settori del sistema i propri progetti e le proprie idee, non certo pagare dei soldi per vedere una propria opera pubblicata sul fantomatico catalogo degli artisti del secolo, che è la stessa cosa di chi paga, cedendo ai ricatti dell’editore senza scrupoli di turno, per vedere pubblicato un suo testo o una sua opera letteraria, che poi regolarmente non sarà mai distribuita.

Si può vivere di sola arte, e il sistema ha necessità degli artisti. A meno che non sia uno stratagemma di tipo creativo, non conviene parlarne male per due ragioni, una fisica, perché se uno parla male del sistema dell’arte, tranne rari casi, ne viene rifiutato, e per una metafisica, perché parlare male di qualcosa “fisicizza”, cioè alla fine rende reali, le negatività di cui si parla. Il nuovo e l’innovativo sono desideri innati nell’umano, e la sete di trovare sempre cose nuove porta alla creazione di nuove correnti. Ma una non supera di certo l’altra. Non vi è mai una fine, e questa è anche una ricerca continua dei galleristi, perché riproduce il progetto di autorinnovamento del sistema.

Anche Eleonora Abbagnato, la prima ballerina dell’Opéra di Parigi, ha avuto modo di dire che gli artisti sono come gli scienziati e devono andare all’estero per avere successo, ed auspica più aiuti dalle istituzioni per far emergere i talenti e più spazio agli spettacoli di danza, al teatro, alle manifestazioni variegate della cultura. Sarebbe straordinario, ma mi sembra di avere già detto che non è ancora il paese adatto. Gli artisti invece possono essere adatti, possono sognare in grande, possono tendere sempre alla realizzazione di un opera universalmente forte e dai grandi contenuti; realizzare cioè opere d’arte che il mondo non potrà fare a meno di vedere. Cosa significa realizzare opere d’arte e cosa può portarci a fare grande arte, se lo sapessi, lo farei innanzitutto, e con piacere lo comunicherei al mondo intero.

Provo e ricerco di continuo perché alla fine è importante che ognuno vada dietro alla sua idea di grande arte, provando a cercare quel timbro che renderà nuova la propria voce, ricordando che per fare arte i soldi non sono davvero necessari, mentre per fare cultura, e i soldi che ne derivano, l’arte è indispensabile. Chi è pronto per il viaggio si imbarchi, perché non servono nocchieri e mappe dettagliate. Il fascino è nella scoperta ed ognuno ha occhi per vedere ed un cuore per sentire. Chi non se la sente rimanga tranquillo nel porto senza problemi. Oggi si è grandi eroi anche nella normalità, e l’arte è una chiamata.

Il lavoro e l’impegno costante possono darci rispetto per il nostro fare, ma esiste una sottile differenza tra il duro lavoro e il lavoro inutile.

Qualcuno dal carattere remissivo e il fisico gracile potrebbe prendere lezioni di boxe e allenarsi tutto il giorno, ma le probabilità di diventare campione del mondo dei pesi medi saranno molto scarse per tanti motivi, ma soprattutto perché evidentemente non è quello lo scopo del suo essere e il senso della sua vita. Cercare disperatamente l’approvazione degli altri e il consenso non ci fa vivere la nostra vita ma quella degli altri. Il dovere dell’artista è vivere la propria, in attesa che succeda quello che deve “succedere”.

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