Giovani e precariato, storie di un futuro negato

Sei al lavoro. E’ uno di quei momenti di metà mattinata dove la concentrazione- finalmente arrivata- è massima. Stai scrivendo la relazione che devi consegnare tra meno di dieci minuti. Il capo già ha sollecitato. Squilla il telefono:”Di quale colore vuoi le lenzuola pulite”? La voce di tua madre squarcia il silenzio e la quiete come un fulmine che si staglia a ciel sereno e senza indugio alcuno. Guancie in fiamme mentre credi che anche gli altri abbiano sentito quella voce perentoria e indifferente al mondo. “Arancioni, si, meglio arancioni, è un colore zen”, dici.

Perchè zen devi diventare se fai parte della nuova generazione di mezzo e, soprattutto, devi resistere: è la generazione senza tempo, giovani ragazzi e ragazze, under 40 ma over 30, insomma, quella che vive, molto spesso, a casa dei genitori e che conduce una “vita da figli” un po’ per scelta e, il più delle volte, per necessità.

Ma chi sono questi figli? Sono figli che vorrebbero anche non esserlo ma il precariato sentimentale e professionale costringe verso quell’interregno dove maturità e adolescenza si mischiano in una essenza emotiva difficile da decifrare, anche per un nuovo Freud.

Maria Grazia, 38 anni e un lavoro in una grossa azienda di telefonia: “la mia è una vita semplice, lavoro tanto ed esco il week-end. Aperitivi e cene con le mia amiche e, di tanto in tanto, un flirt. Antonella, 35 anni, avvocato e ricercatrice:”perchè vivi a casa, chiedo?” “non lo so- mi risponde. Non che non potrei andare via, ho la solidità economica per farlo ma qualcosa mi trattiene e non so cos’è. Penso che se vivessi da sola potrei stare peggio. Penso che se vivessi con un uomo potrebbe finire. Penso che, in fondo, a parte qualche aggiustamento, sto bene cosi”.

Tutto pronto, quindi, dal pranzo alla cena, colazione compresa, vitto e alloggio come si dice e anche diverse coccole. Un rifugio, qualcuno che ti aspetta e qualcuno con cui litigare. “E’ una guerra con mia madre, passiamo molto tempo a litigare e a domandarmi perchè non ritrovo mai le mie cose là dove le lascio”mi dice Maria Grazia mentre Antonella è irritata dalle domande insistenti: “mi vede preparare e mi chiede se cenerò con lei. Ma che non si vede?”

Giuseppe di anni ne ha 49 e, nella mia classifica, è davvero un outsider ma dalla menzione imprescindibile: “vivo a casa perchè sto bene, sto proprio bene e la sera noi ci facciamo compagnia ma non mangiamo troppo, no, mia madre è anziana e di sera non deve appesantirsi”.

E Giuseppe ha la faccia di chi sta bene davvero, due guancie impanate in un sorriso nutrito che quasi sembra dire “non me ne voglio andare” come quella bella commedia che vedeva protagonista la bella Virna Lisi, parecchi anni fa.

Sembra che la vita si sia fermata ad un soffio da lui. Che non la senta più.

Perchè o qualcosa è cambiato nella evoluzione umana- e non ci sono più le età né le stagioni in base alle quali un individuo sente il bisogno atavico e fisiologico di seguirle – oppure non c’è più alcuna differenza tra l’avere 50 o 25 anni. L’uomo è riuscito ad azzerarla e non ce ne siamo accorti.

AnnaMaria, invece, di anni ne ha 37 e un lavoro, propriamente detto, non ce l’ha ma ha conseguito una laurea risicata alla Cepu – come dice lei- e poco rivendibile, come si dice, invece, oggi. Vivere a casa, qui, è una necessità. Mica da ridere. In medio stat virtus dicevano gli antichi latini e non si sbagliavano.

La fotografia della società giovane che, oggi, esiste non è certamente un bell’affare per il futuro. Un circolo vizioso che si alimenta, spesso, inconsapevolmente.

La crisi deflagrata nel 2008 non aiuta l’emancipazione dei ragazzi di ogni età ma quel che più dovrebbe preoccupare è l’emancipazione emotiva. La mancanza dell’anelito, insomma.

Sostare “in casa”è un danno certo alla propria psiche oltre una certa età. Il processo di individualizzazione deve compiersi. Prima, dico prima, questo processo era affidato al matrimonio e ad un uomo che ti portava via dalla casa paterna e ti ri-metteva in un’altra dipendenza, meno forte in certi casi e in altri forse peggiore. Oggi l’uomo, il più delle volte e quando va bene è un philofobico, quindi, pur volendo affidarsi a questa speranza, per le meno volenterose, è quasi un terno a lotto. La verità è che bisogna destarsi dal sogno. Che nessuno ci porta via eccetto che noi stessi. Che bisogna andare via contro le proprie paure, anzi, soprattutto, contro quelle. Spezzare una catena negativa che blocca la fioritura dell’essere e che non significa rinnegare patria e religione ma, più semplicemente, instaurarvi un rapporto pa-ri-ta-rio.

Secondo Jung il processo di individuazione spinge ad essere e diventare fondamentalmente se stesso restando al contempo innegabilmente unito a ciò che lo circonda. Percorre le tappe seguenti: si tratta prima di tutto di diventare gradualmente indipendenti dai propri genitori e dai complessi che si sono formati intorno a loro; la seconda tappa vede l’individuo diventare sempre più competente nelle sue relazioni con l’altro; la terza lo porta a diventare sempre più ciò che sente di essere e la quarta lo fa diventare più intero ovvero più centrato e unificato allo stesso processo della vita in tutti i suoi aspetti.
E i genitori dovrebbero aiutare, in questo processo e quando non sono preda di quel terribile egoismo senile che prende tutti – indistinatamente – ad una certa età.

Come quel simpatico film, “Amiche da morire”, uscito qualche mese fa e, in questo senso, sociologicamente calzante: la mamma di Olivia – la bravissima Sabrina Impacciatore- incoraggiava ogni potenziale pretendente delle figlia salvo poi boicottarlo fino ….all’avvelenamento.

Esagerazione scenica, certo ma reale dinamica psicologica esistente e più diffusa di quanto non si pensi. Basta osservare e osservarsi perchè mai le dipendenze sono unilaterali e scoprire ciò che ci “tiene legati” equivale a neutralizzarlo.

Allora forza ragazze liberatevi e liberatevi, soprattutto, adesso che è più difficile perchè viviamo la più grossa crisi cha la storia moderna abbia conosciuto.

Ma proprio per questo può diventare esaltante: perchè tutto dipende da voi e diventa una grande, immensa possibilità per tutte le donne di riscatto e di affermazione, di idee sorprendenti, di iniziative nuove, di potenziamento di se stessi per ri-affermare il proprio ruolo e cambiare. Solo la creatività ha il potere di trasformarci. Alla fine il ghiaccio si scioglie: revolution.

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