Mattia Signorini, uno dei più originali narratori italiani dell’ultima generazione, a poco più di trent’anni fa già un bilancio esistenziale, misurandosi con i confini più profondi della memoria e i ricordi di un “tempo breve”

la copertina di “Ora”

Mattia Signorini, a poco più di trent’anni e con una già notevole esperienza letteraria alle spalle, torna in libreria con un romanzo tutto nuovo: “Ora” E’ la storia di Ettore, un ragazzo che ha perso i genitori e il lavoro. Si porta dentro un senso di colpa fortissimo: non aver mai ricostruito il rapporto con suo padre, spezzatosi alla fine dell’adolescenza.

Il romanzo analizza i sentimenti e i rapporti in maniera talvolta viscerale, passando facilmente dal passato al presente e futuro. Le descrizioni sono bellissime, particolareggiate e il finale, così inaspettato, completa la storia quasi fosse un puzzle. “Ora” racconta la possibilità che ognuno di noi ha per ritornare alla vita. A tu per tu con Mattia Signorini.

Dalla pubblicazione del tuo primo romanzo “lontano da ogni cosa” quanto è cambiata la tua vita?

Ho scritto “Lontano da ogni cosa” di notte e nei weekend, mentre ero impiegato in un’azienda. Dopo anni di dattiloscritti rifiutati dagli editori mi ero fatto una promessa: se quel libro non fosse stato pubblicato, non avrei più scritto una sola parola. In questi anni ho continuato a lavorare nel mondo editoriale anche come editor e talent scout, ho vissuto a Milano e ho conosciuto molto da vicino il mondo dell’editoria. Senza quella pubblicazione avrei fatto una vita non peggiore o migliore, ma molto diversa.

Con “La sinfonia del tempo breve”, hai vinto il Premio Tropea 2010. Che significato ha avuto per te vincere questo premio?

La sinfonia del tempo breve è un libro atipico per ciò che si pubblica in Italia. È una storia che ha a che fare con la dimensione del surreale, del sogno e della favola. Il mio editore di allora mi aveva sconsigliato di uscire con un libro come questo. A loro era piaciuto ma erano anche convinti che il pubblico italiano fosse più portato alle storie di vita reale. Venivo da Lontano da ogni cosa, che aveva venduto molto bene e che proprio nella dimensione del reale era completamente calato. Ma ho sostenuto fino in fondo la mia idea di libertà nello scrivere ciò che sentivo in quel momento. Il Premio Tropea, e le traduzioni in molti paesi, hanno rafforzato la mia idea che se crediamo davvero in qualcosa dobbiamo seguire la nostra strada, e comunque vada non avremo perso.

Cosa ti ha spinto a scrivere il romanzo “Ora”?

La necessità di fare il punto sul tema del tempo, che attraversa tutti i miei romanzi, su come ci rapportiamo alla nostra linea del passato e del futuro, e di come entrambe influenzano il presente e ne vengono a loro volta influenzate. Ma volevo anche raccontare l’incomunicabilità tra le generazioni, la difficoltà di tenere unita una famiglia attraverso il rapporto tra un padre e un figlio.

Da cosa nasce la figura di Ettore, protagonista principale del romanzo?

Ettore è un ragazzo che vive questi anni di incertezza sociale e ne è permeato intimamente. Senza un lavoro, è costretto a scegliere se vendere la casa dei suoi genitori, morti un anno prima in un incidente stradale, per dare un aiuto economico a se stesso e a sua sorella Claudia, che sta per avere un bambino. Deve scegliere tra l’unica cosa che lo lega ai ricordi dei suoi genitori e del suo passato e la sopravvivenza.

Quanto c’è di te nel romanzo “Ora”?

In ogni romanzo c’è molto di chi lo ha scritto. Non tanto nella storia, quando nella visione del mondo che viene raccontata. Per quanto riguarda invece Ettore, il protagonista, è simile a me nella sua ricerca di un centro, della solitudine intesa non come lo stare soli, ma come necessità di trovare spazi di isolamento dal mondo circostante per capirlo e capirsi meglio.

Nel libro racconti la vita di Ettore e della sua famiglia, unendo il passato al presente e al futuro. Perché questa scelta?

“Ora” è costruito come un puzzle. Quando l’ho scritto, avevo in mente i puzzle della Ravensburger con migliaia di pezzi. Quando da bambino li componevo, creando blocchi di incastri sparsi qua e là, non avevo mai la visione di ciò che ne sarebbe uscito. L’immagine si mostrava solo alla fine. È un po’ quello che succede anche con le persone che crediamo di conoscere bene. Non sappiamo mai tutto della loro vita. Dobbiamo unire i pezzi un po’ alla volta, nel tempo e con pazienza.

Non credi che sarebbe stato più bello mostrare i sentimenti di Ettore che, per tutto il romanzo restano nascosti?

Ettore ha perso i genitori, il lavoro e si trova nella condizione di affrontare una scelta difficile. Si porta dentro un senso di colpa molto forte: quello di non aver mai ricostruito il rapporto con suo padre, che si era spezzato alla fine dell’adolescenza, e con cui non aveva più avuto contatti. E adesso che suo padre non c’è più, tutte le parole che non si sono detti pesano dentro di lui come un macigno. Quando ritorna dalla grande città al suo piccolo paese sugli argini del Po tutto è andato perduto. “Ora” racconta la possibilità che ognuno di noi ha per ritornare alla vita.

Bellissima è la figura di Ester, una donna d’altri tempi; una sorta di Penelope che aspetta ancora il suo Ulisse. Una dei personaggi più riusciti del tuo romanzo. Raffigura tua nonna?

Quando scrivo non mi riferisco quasi mai a personaggi che esistono nella realtà. A volte traggo qualche spunto, ma nasce tutto da un mio modo di vedere il mondo che sta là fuori. Ester per me è una dea del fiume, a cui però è stata strappata la giovinezza e la voglia di vivere. Ester attende da tutta la vita sulle rive del Po qualcosa che non tornerà, e quell’attesa le ha mangiato gli anni. È un monito vivente, per Ettore e per noi, a vivere la vita, senza aspettare che sia la vita a vivere noi, perché quasi sempre è un’attesa senza frutti.

Uno dei tuoi punti di forza sono le descrizioni, che rendono perfettamente l’idea dell’ambiente e il linguaggio, perfetto e adatto ai personaggi. Sembra quasi a volte di fare un tuffo nel passato. Hai nostalgia del tuo passato?

Osservo il mio passato con melanconia. Ci penso spesso, quello che sono adesso viene da lì, ma non vorrei riviverlo. Trovo più affascinante cercare di raccogliere il meglio dal mio presente, che è l’unica dimensione reale che appartiene alla nostra vita.

Nel romanzo la figura del padre ha un ruolo importante e duplice: da eroe ad antieroe. Perché questa scelta?

Capita a tutti, in un momento della nostra infanzia o dell’adolescenza: i nostri genitori si trasformano da eroi, da punti di riferimento e custodi del giusto, a persone normali. Quando accade è come se ci si rompesse qualcosa dentro. È quello il momento in cui smettiamo di essere bambini, per diventare qualcos’altro. Per un ragazzo questo cambiamento di prospettiva è avvertito con molta più forza nei confronti del padre: quando succede sa che da quel momento sarà lui stesso, e nessun altro, l’artefice della propria vita.

«Non esiste un passato né un futuro. Solo un ‘ora’. La decisione che stai prendendo te la porterai dietro per sempre.» C’è una decisione che ti porterai dietro per sempre?

Quella di aver lasciato un lavoro sicuro per inseguire il sogno di fare lo scrittore. Vengo da una piccola città, mi davano tutti del matto e dell’incosciente, perfino gli amici più stretti. È una scelta che ho fatto da solo, e che ha profondamente cambiato la mia vita.

Il finale è bellissimo. L’hai immaginato subito o è venuto scrivendo?

Sapevo che quello poteva essere l’unico finale per “Ora”. Quando incastri gli ultimi pezzi di un puzzle, spesso capita che l’immagine che ne viene fuori è sempre un po’ diversa da quella che ti eri immaginato. Volevo che tutte le pagine precedenti, leggendo gli ultimi capitoli, acquistassero una luce e una forza nuove. E un significato molto diverso da quello che chi sta leggendo poteva aspettarsi.

Chi è Mattia Signorini?

Un ragazzo come tanti che ha poco più di trent’anni, ha girato abbastanza con uno zaino sulle spalle e sette anni fa ha lasciato Rovigo, una piccola città di provincia da cui si sentiva soffocato, per poi ritornarci da poco a vivere e trovare lì la sua dimensione, tra le campagne sterminate e i gli argini dell’Adige e del Po.

Che progetti hai per il futuro?

Dopo quattro anni passati a Milano in cui ho fatto il talent scout per un’importante agenzia letteraria, la Vicki Satlow Literary Agency, e aver permesso a tanti scrittori esordienti di pubblicare con i grandi editori grazie a molto lavoro e a passione per i loro libri, sto aprendo una scuola di scrittura proprio a Rovigo. Il progetto ha entusiasmato da subito la stessa Vicki Satlow, che ha deciso di diventare partner della scuola e rappresentare in Italia e all’estero i migliori scrittori che usciranno dalla scuola. Alcuni servizi partiranno da giugno, mentre i corsi veri e propri a ottobre, tra cui un master che durerà otto mesi, potrà avere un massimo di 15 iscritti e il cui obiettivo è quello di scrivere un romanzo. Sarà un lavoro didattico solo in piccola parte, e molto maieutico. Credo nell’approccio steineriano di lavorare sulle capacità di ogni singola persona. La scuola si chiama Palomar e il sito dove trovare tutte le informazioni Scuolapalomar.it.

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