Nel cuore della lotta ogni uomo è costretto a scegliere tra lealtà e tradimento, vendetta e giustizia: la storia di Gazzaniga, un poliziotto con la passione per la scrittura. “Intreccio tra reale, immaginato e verosimile è costante”

Riccardo Gazzaniga

Riccardo Gazzaniga, classe 1976, poliziotto con la passione per la scrittura, è uno dei migliori giovani scrittori degli ultimi anni. Nel 2012 ha vinto il premio Italo Calvino con “A viso coperto”.

Un romanzo che mette a confronto due mondi diversi ma complementari: i celerini con le loro divise contro gli ultrà con i loro slogan. Ne esce fuori un racconto che descrive in maniera completa frammenti di vita dei protagonisti. La rabbia, l’esultanza, il dolore, la vita: sono questi gli ingredienti principali di “A viso coperto”.

Le immagini di violenza entrano dritte all’anima del lettore e fanno da sfondo alla storia ma senza appesantirla. Un libro che non decreta né vincitori né vinti. Un romanzo che non giudica né condanna, ma mostra la verità dei fatti in maniera onesta e soprattutto con molta umiltà.

E Gazzaniga riesce, con la bellezza della storia e con il linguaggio azzeccato a rendere partecipe il lettore che, pagina dopo pagina, non può che immedesimarsi in uno dei personaggi. Parlando di sé, del suo lavoro e del suo romanzo, Riccardo Gazzaniga ha risposto alle domande nella nostra intervista per Blogtaormina.

La storia “A viso coperto” è una storia vera?

E’ una storia di fantasia, nel senso che i personaggi e gli snodi centrali della vicenda non sono direttamente collegati alla realtà. Ma diverse situazioni prendono spunto da fatti realmente accaduti, magari in  luoghi e circostanze diverse, qualcuno anche a me o a persone che conosco. L’intreccio tra reale, immaginato e verosimile è costante.

 Da cosa nasce questa storia?

Dall’esigenza di raccontare la violenza, le sue ragioni, le sue pulsioni, le sue conseguenze. Sia su chi la pratica per scelta che su chi la deve vivere  per lavoro.

Da cosa nasce il titolo del romanzo?

Dal fatto che quasi tutte le persone che partecipano a uno scontro di piazza diventano irriconoscibili, perché si coprono il volto o indossano il casco per servizio. Sono due masse in cui è difficile distinguere il singolo.

Bellissimo il ritratto di Nicola e straziante è il dolore che prova nel vedere il collega Fabio perdere l’occhio. Hai descritto l’immagine in modo crudo ma efficace a rendere perfettamente il dolore e il terrore. Ti è mai capitato di vivere una cosa del genere?

Per fortuna no, però facendo il poliziotto il dolore fisico e le lesioni del corpo sono concetti con cui ti confronti direttamente. A me è capitato, specialmente quando facevo pattuglia, di vedere cose che non è facile dimenticare.

Qual è stato, tra i servizi di ordine pubblico che hai fatto nella tua carriera militare, quello in cui hai avuto più paura? E perché?

Un servizio cui è ispirato uno dei fatti del libro. Durante una partita in Toscana venimmo aggrediti da una tifoseria mentre eravamo rilassati all’ingresso dello stadio. Ci arrivò addosso di tutto, compresi i nostri stessi scudi e pezzi di bagni, anche una porta. L’effetto sorpresa fu devastante e anche il fatto di essere attaccati in modo così preordinato, senza un motivo scatenante.

Cosa pensi degli ultrà? Giustifichi il loro comportamento?

Il poliziotto non può che condannare un comportamento che configura un reato, specie contro un uomo in divisa. Lo scrittore può cercare di raccontarlo e di comprendere in qualche modo cosa porti a quel comportamento, quale percorso conduca a quel momento.

Da dove nasce tanta rabbia?

Come scrivo nel libro lo stadio è un veicolo, un luogo in cui sfogare delle pulsioni che, probabilmente, verrebbero fuori altrove.

Quali sono i pensieri che ti passano nella mente prima di entrare allo stadio?

Pensieri assolutamente normali, per me è un lavoro e lo faccio da anni. A meno che non sia una partita molto a rischio non c’è una tensione particolare. Anche perché, di solito, i problemi di ordine pubblico arrivano quando non te li aspetti.

 Cosa si prova duranti gli scontri? E dopo?

Lo scontro di piazza, in ordine pubblico, è una situazione estrema e il corpo reagisce in modo estremo. Le percezioni sono maggiori, riesci a superare momenti di difficoltà fisica, ti concentri solo sulla minaccia concreta escludendo il resto. L’adrenalina viene prodotta in quantità venti volte superiori al normale e per qualche minuto, il tempo necessario ad affrontare il pericolo, porta il fisico ad uno stato di efficienza massima. Questo può dare anche temporanee sensazioni di euforia o di benessere, ma è una reazione puramente fisica.

Perché hai scelto di fare questo lavoro?

Per l’idea di stare dalla parte dei “buoni”, di cercare di combattere le ingiustizie e le prepotenze. Forse sembra una visione un po’ ingenua o datata, ma per me è stato così. E lo è ancora.

Nel romanzo c’è poca tutela verso i celerini. Quanto siete tutelati, voi poliziotti, nel vostro lavoro?

L’unica tutela che un poliziotto ha è quella di lavorare rispettando la legge, con la massima coscienza e correttezza possibile. Quando un poliziotto sbaglia, deve affrontare da solo le conseguenze dei suoi errori, anche a livello processuale. L’idea che il poliziotto sia “meno punito” delle altre persone è infondata. Anzi, molti si dimenticano che, se si deve rispondere penalmente, l’essere un appartenente alle forze dell’ordine rappresenta un’aggravante. Noi abbiamo una serie di reati “propri” specificatamente previsti per il nostro lavoro.

Pensi che la gente oggi abbia rispetto per la divisa?

Credo che purtroppo ci sia ancora tanta, troppa distanza tra il cittadino e le istituzioni dello Stato e ciò incide negativamente anche nel rapporto con le forze dell’ordine. Andrebbe rispettata la persona, il lavoratore, prima che la divisa. Per farti capire: se un poliziotto chiude l’accesso a una strada o fa una contravvenzione o controlla qualcuno non lo fa per un puntiglio personale, ma perché deve fare il suo lavoro.

Cosa c’è di Riccardo Gazzaniga in “a viso coperto”?

Come per ogni scrittore credo ci sia qualcosa di me in ogni personaggio, sia poliziotto che tifoso. La cosa che ho cercato di metterci più di tutte, quella che forse più mi appartiene come persona, è l’interesse verso l’umanità di ogni persona che agisce nel romanzo. Che sia poliziotto o tifoso, che sia nel giusto o nel’errore. Come mi ha scritto un tifoso “perché poi alla fine il bianco immacolato e il nero pece non esistono, esistono quelle zone grigie come i gradoni di uno stadio”. 

Cosa si prova a vincere il Premio Calvino?

E’ stata una grandissima gioia, perché lo inseguivo da anni. Ero alla terza partecipazione e sapevo che sarebbe stata l’ultima, perché avevo già alcune piccole proposte editoriali che avrei accettato, se non trovavo un varco verso la grande editoria. Il premio Calvino mi ha aperto quel varco e non finirò mai di ringraziare gli organizzatori.

Hai un nuovo libro in cantiere?

Ho un romanzo completo ancora inedito, di genere horror. Ho una sessantina di racconti, pure quelli inediti. E poi un mezzo romanzo sull’hard rock melodico, che devo riprendere appena avrò un po’ di tempo. Ora sta andando tutto troppo veloce.

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