Il maresciallo Masi, oggi caposcorta del Pm Di Matteo, denuncia delle manovre contro la cattura di Bernardo Provenzano e riguardo alle ricerche di Messina Denaro

Bernardo Provenzano

Una nuova nube di mistero, legato alle ricerche di Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro, si addensa sul cielo di Palermo.

Secondo quanto riportato oggi dal Corriere della Sera, infatti, il maresciallo capo Saverio Masi, oggi capocoscorta del pm Nino Di Matteo che indaga sulla trattativa Stato-mafia, ha presentato una denuncia in cui racconta alla procura alcuni passaggi inquietanti relativi prima alla mancata cattura di Bernardo Provenzano, e successivamente alle ricerche del latitante Matteo Messina Denaro.

“Quando Masi nel 2001 si presenta al Nucleo provinciale di Palermo chiede di occuparsi della cattura di Provenzano – si legge sul Corriere – La caccia ai latitanti è una missione che sente cucita sulla pelle e invece lo inviano a Caltavuturo, sulle Madonie. Non si rassegna e, di propria iniziativa, si mette sulle tracce di Provenzano. Si sorprende quando intuisce che con pochi mezzi e consultando vecchi verbali, all’indomani dell’arresto del boss Benedetto Spera, riesce a individuare un contatore Enel riferibile a chi gestiva la latitanza di Provenzano ben cinque anni prima della sua cattura. Difficile immaginare la sua reazione quando i superiori gli ordinano di sospendere le indagini. Gli appare chiaro che non c’è tanta voglia di catturare il boss di Corleone”.

In un altro passaggio, poi, Masi riferisce del “goffo tentativo di piazzare le cimici nel casolare di Provenzano, caduto nel vuoto solo perché il Ros aveva dimenticato gli attrezzi per forzare la serratura. Un episodio che fa il paio – scrive il Corriere – con un altro avvenuto poco dopo, quando i superiori ordinano a Masi, senza spiegare il motivo, di sospendere il pedinamento di Ficano, cognato di Simone Castello, postino di Provenzano. Masi aveva ficcato il naso nel parco autodemolizioni di proprietà di Ficano e aveva scoperto, tra pneumatici e carcasse, un casotto con dentro una macchina per scrivere. La stessa che probabilmente veniva usata per compilare i ‘pizzini’ destinati a Provenzano”.

Ma c’è di più. L’intenzione di non catturare Provenzano, infatti, sarebbe stata espressa direttamente a Masi da un suo superiore, in un duro rimprovero: “Noi non abbiamo nessuna intenzione di prendere Provenzano – avrebbe detto -! Non hai capito niente allora? Lo vuoi capire o no che ti devi fermare? Hai finito di fare il finto coglione? Dicci cosa vuoi che te lo diamo. Ti serve il posto di lavoro per tua sorella? Te lo diamo in tempi rapidi!”.

Ma le rivelazioni di Masi non si fermano solo al padrino corleonese arrestato nel 2006. Le sue parole, infatti, riferiscono anche di episodi “strani” legati alle ricerche di Matteo Messina Denaro, ritenuto l’attuale numero uno di Cosa nostra. In particolare, Masi parla di come, dopo essere riuscito ad individuare quello che ritiene il “corriere” della primula rossa trapanese, venne “costretto a prendere le ferie” e passare le indagini al superiore, che al ritorno gli dice di “non aver trovato nulla”.

Masi a quel punto si rimette sulle tracce interrotte prima delle vacanze, e arriva ad individuare un casolare. “Si avvicina, una porta si spalanca all’improvviso. Masi intravede degli uomini intorno a un tavolo, uno di loro probabilmente è Messina Denaro. Il maresciallo si getta sotto la siepe per non essere scoperto. Torna in caserma, litiga furiosamente con il capitano e scrive l’ennesima relazione che, come le altre, cade nel vuoto”.

Ma gli episodi inquietanti proseguono anche nel 2004, quando Masi ritiene di riconoscere al volante di un’auto a Bagheria, Matteo Messina Denaro. Lo segue mentre si infila in una villa, dove ad attenderlo c’è una donna. Il maresciallo quindi “annota tutto e chiede l’autorizzazione a proseguire le indagini. La reazione dei suoi superiori non è quella che si aspetta: gli chiedono di cancellare dalla relazione l’identità del proprietario della villa e quella della donna che aspettava il boss. Messina Denaro poteva continuare a essere tranquillamente un fantasma”.

Tra pochi giorni, il maresciallo Masi affronterà un processo dove è accusato di tentata truffa per aver chiesto l’annullamento di una multa contratta con l’auto privata mentre svolgeva gli appostamenti.

A difenderlo, come riporta anche il sito di informazione su sicurezza, difesa e giustizia Grnet. it, sono gli avvocati Giorgio Carta e Francesco Desideri: “La denuncia del nostro assistito – ha dichiarato Carta – descrive una pagina buia della storia d’Italia e dell’Arma dei Carabinieri. Ci auguriamo, pertanto, che i fatti riportati siano oggetto di un accertamento approfondito e scevro da condizionamenti che faccia emergere la verità, qualunque essa sia. Certo, lascia sgomenti che un militare che ha dato tanto allo Stato, sia oggi sotto processo con l’accusa di aver falsificato un atto al solo fine di far annullare un verbale del codice della strada. In tal modo, il militare rischia la destituzione che, certamente, costituirebbe un sinistro monito a tutti i carabinieri che intendano impegnarsi come lui nel contrasto alla mafia”.

Dichiarazioni che fanno eco a quelle dell’altro legale, Desideri: “Il maresciallo Masi avrebbe dovuto trovare appoggio, sostegno e credito già nel corso del primo grado di giudizio, cosa che non è occorsa. Un servitore dello Stato che oltre ogni immaginabile sforzo, dovere ed obbligo si è profuso nella lotta contro la malavita organizzata ed in particolare contro la mafia, non può essere ritenuto un mistificatore ed un truffatore. Ciò non perché debba essere ritenuto scevro da censure stante la sua posizione, ma perché ha semplicemente svolto il suo dovere, ancheá con grande sacrificio personale ed economico”.

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