L’attentatore di Palazzo Chigi aveva in borsa una punta di trapano, nove proiettili e una mappa segnata. I pm: “ha agito da solo senza mandanti ma non ha detto tutto”

Luigi Preiti

Un carabiniere che lotta tra la vita e la morte, un attentatore che si dice pentito, una città in apprensione e ancora tanti, troppi dubbi.

La sparatoria di Palazzo Chigi resta un mistero per molti dei particolari che riguardano la sua dinamica, a partire dal movente e dalla premeditazione. Secondo i pm di Roma, Luigi Preiti ha agito da solo e non avrebbe sparato su commissione. Si sarebbe quindi trattato di un’iniziativa isolata, senza mandanti.
Ci sono degli indizi, al vaglio degli investigatori, che sembrerebbero indicare una palese premeditazione e che mettono in dubbio le dichiarazioni dell’uomo.

A elencare questi elementi è il Corriere della sera in edicola il 30 aprile. Il primo è una punta di trapano conservata nella borsa di Preiti. Potrebbe essere stata utilizzata per cancellare la matricola dalla pistola Beretta 7,65 utilizzata per sparare contro i carabinieri Giuseppe Giangrande e Francesco Negri.

Un fatto che smentirebbe la dichiarazione rilasciata dall’attentatore, che ha detto di essersi procurato l’arma già «punzonata» al mercato clandestino di Genova nel 2009. Secondo gli inquirenti potrebbe non essere così, e non è escluso che quella pistola venga dalla Calabria, la stessa regione di provenienza di Preiti.

Il secondo indizio è una mappa di Roma con segnati i punti del percorso compiuto dall’uomo. Dall’arrivo in stazione sabato 27 aprile alle 15, fino all’epilogo della storia a Palazzo Chigi. In mezzo il passaggio all’Hotel Concorde, dove l’uomo si è fermato per la notte tra sabato e domenica, pagando regolarmente il conto e senza segnalare movimenti sospetti.

Il luogo in cui è avvenuta la sparatoria di Palazzo Chigi.
.Il sabato è uscito alle 17, per rientrare in stanza tra le 18 e le 19, ha spiegato il portiere. La mattina dopo ha saldato il suo debito e ha detto che stava partendo, poi è andato verso la sede del Consiglio dei ministri.

Arrivarci non è stato semplice a causa dei posti di blocco organizzati in previsione del primo Consiglio dei ministri del governo Letta, che Preiti ha provato ad aggirare con un camuffamento organizzato alla perfezione per colpire i politici.

La mattina, infatti, l’attentatore si è vestito di nero, esattamente come gli uomini della sicurezza, nel tentativo di passare inosservato.

C’era quasi riuscito al terzo tentativo, dopo essere stato fermato due volte e prima di essere bloccato ancora dalle forze dell’ordine, a pochi metri dal Palazzo. A quel punto è esplosa la rabbia, l’uomo, secondo alcuni racconti, si sarebbe messo in posizione di tiro e, questo è certo, ha sparato mirando ai punti lasciati scoperti dal giubbotto anti-proiettile.

È così che il brigadiere Negri è stato colpito alla gamba e, il suo collega Giangrande, invece, al collo. «Non volevo uccidere», ha detto, ma ci è andato davvero vicino.

Preiti ha aggiunto che dopo avrebbe voluto togliersi la vita, ma nella sua borsa sono stati trovati altri nove proiettili. È possibile dunque che progettasse di ricaricare l’arma e fare ancora fuoco, magari dopo essersi liberato della sicurezza e aver raggiunto Palazzo Chigi.

Adesso i carabinieri del Racis devono capire se quella Beretta avesse già sparato prima e se sia possibile recuperare il numero di matricola. E allora il mistero, o almeno una sua parte, potrebbe cominciare a svelarsi.

Intanto è stato fissato per la mattina del primo maggio alle ore 10 presso il carcere di Rebibbia l’interrogatorio di convalida di Preiti. La Procura ha chiesto anche la convalida del sequestro di oggetti appartenenti all’attentatore.

Preiti, secondo i pm, ha compiuto «atti idonei diretti in modo non equivoco a cagionare la morte, non riuscendo nell’intento per cause indipendenti dalla sua volontà». All’uomo è contestato il tentato omicidio plurimo.

© Riproduzione Riservata

Commenti