“A 63 anni mi diverto ancora sul palco. Dal vivo si vede l’adrenalina e il sudore. Ma la famiglia è importante”

Bruce Springsteen

«Mi sento un po’ sorrentino: a Vico Equense ho ancora dei parenti, forse persino una casa, mi piacerebbe vedere le radici della famiglia di mia madre, lei è rimasta l’ultima, le sue due sorelle, le zie con cui sono cresciuto, purtroppo sono morte». Sul palco della Telenor Arena Bruce Springsteen inaugura la nuova tranche europea del suo «Wrecking ball tour» e ritrova Steven Van Zandt, impegnato proprio in Norvegia sul set della serie tv «Lyllehammer» e sostituito nei concerti australiani da Tom Morello (Rage Against the Machine). Lo aspetta un giro italiano che inaugurerà il 23 maggio a Napoli, piazza del Plebiscito, prima di fare rotta verso Padova (31), Milano (3 giugno, San Siro) e Roma (11 luglio, Rock in Roma, Capannelle). Intanto il “boss” ha rilasciato un’intervista al quotidiano “Il Mattino”.

Il suo promoter Claudio Trotta ricorda che quello partenopeo sarà il suo primo show in una piazza. Troverà tempo per ritirare le chiavi della città di Vico Equense, dov’è nato suo nonno, Antonio Zerilli? «Non so mai cosa riesco a fare mentre sono in tour, mi piacerebbe. So che arriverò, mi guarderò intorno e dirò: «Che bello». Ricordo che quando sono stato a Napoli con il tour di «The ghost of Tom Joad» non abbiamo potuto suonare al San Carlo, ma è stato bellissimo lo stesso. E i fans, a notte fonda, mi hanno fatto intonare «It’s now or never», la canzone napoletana più famosa del mondo, sul balcone di un teatro (ndr: era l’Augusteo)».

Com’è andata con Morello. E come ha ritrovato Steven?
«Tom ha fatto un gran lavoro, ha imparato 50 brani prima del giro di concerti e altri 27 durante. Ci siamo divertiti. Ma ritrovare Steve è come tornare a casa, mi è sembrato davvero strano essere in tour con la E Street Band senza di lui, era successo un volta con Max Weinberg, sostituito per un po’ dal figlio».

E poi la E Street Band fa già a meno dei suoi caduti, da Danny Federici a Clarence Clemons. Cosa è davvero per lei la E Street Band?
«Mi ripeto: è casa, è il posto dove ho imparato a suonare, a rockare e rollare, dove sono diventato ragazzo, e poi uomo. Quando noi abbiamo iniziato erano vivi i grandi maestri, potevamo imparare da James Brown, da Sammy Davis. Tutta gente che aveva iniziato a fare musica in chiesa, e quindi sapeva bene che cos’è una domanda e che cos’è una risposta, in un gospel come nella vita. La nostra è una band insolita, di 16/17 elementi. Una bar band in cui l’intesa è più importante di qualsiasi light show. Basta che io dia l’attacco di un pezzo a Max e al bassista e tutti mi vengono dietro in tre secondi. Fare concerti è un’arte perduta, si è inseguita la finzione, l’arficio, l’inganno. Io rispetto il pubblico, non gli dico che stanno vedendo un tour di cento date, ma uno show unico, che cambia ogni sera. E lo cambio ogni sera, magari chiedendo proprio a chi mi segue che cosa vuole sentire. La prima volta che sono venuto in Norvegia, erano gli anni Ottanta, a fine show il pubblico era rimasto seduto sulle sedie, ma con i bis qualcosa cambiò. E da allora anche loro sanno che non vendiamo fumo».

Stasera indossa un orecchino a forma di croce, Bruce. Che rapporto ha con la religione?
«Sono un cattolico in fuga, perso, ma… Al Pacino in «Il padrino» dice che non si può fuggire da Cosa Nostra. Nella stessa maniera se sei cattolico lo sei per sempre. Come potrebbe essere diversamente, se a 8 anni la prima cosa che ascolti, ogni giorno, è una preghiera? E poi c’è tanta Bibbia, tanto Vecchio Testamento nei miei versi: è un mondo affascinante, misterioso, non solo per un bambino di 8 anni».

Come fa a conservare la forza e l’energia per concerti di tre ore, dopo sound check a volte altrettanto lunghi, a 63 anni?
«Provo a mantenermi in forma, ma questo è quello che so fare. Dal vivo si vede l’adrenalina e il sudore, l’altro volto è la scrittura: negli ultimi 17 anni sono stato molto fertile, ho persino un disco intero scritto prima di «Wrecking ball» e poi messo da parte. Quando creo cerco di sentirmi in cucina, a casa, impegnato in un discorso sui miei cari, non importa se parlo di cose di ogni giorno, di politica, di religione. Non cerco di essere polemico, maturando almeno questa cosa ho imparato ad evitarla».

Che cosa farà finito questo tour?
«Mi godrò il mio mondo, i miei figli, ma senza mai interrompere il dialogo con i miei fans. E, poi, mi piacerebbe un nuovo progetto in stile «The Seeger Sessions»: ne abbiamo già parlato con Sam Bargfeld».

Soddisfatto di Obama?
«Sono un suo sostenitore, ha fatto passi avanti su Afghanistan, Iraq, la sanità, sul governo della finanza, ma non aver ancora chiuso Guantanamo è una macchia che ci sporca molto».

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