La politica della “polis” non è mai esistita veramente: è sempre stata abilmente gestita in maniera occulta per fare esclusivamente gli interessi di grandi lobby private

il luogo comune della “polis” greca

Da un po’ di tempo sono venuto a vivere in un paesino del meridione d’Italia. La cosa che mi colpì maggiormente quando arrivai fu la parola “purtroppo“, sentita uscire dalla bocca di tutti, soprattutto dai giovani che infarcivano laconicamente i loro discorsi con questo “purtroppo”, inserito in ogni frase. Lo ripetevano quando parlavano principalmente della possibilità di trovare lavoro in queste contrade, ma anche in questione riguardanti la normale vita di tutti i giorni.

Ho sentito la parola “purtroppo” anche in bocca a professionisti ben inseriti, dediti alla politica. “Purtroppo il sistema è questo e se non ci si avvale di ogni mezzo disponibile non si sopravvive”, dicevano. Secondo me è assolutamente inutile stracciarsi le vesti quando si condannano certi personaggi che pensano “ai fatti loro”, occupandosi dell’amministrazione pubblica. Chiunque trovandosi al loro posto farebbe lo stesso. Ovviamente ci sono dei limiti; il grosso problema sopraggiunge, infatti, quando si estremizza un tale atteggiamento, non quando si mantiene ad un livello equilibrato.

Da tempo chi è un po’ più sveglio degli altri, si è reso perfettamente conto che la politica, quella della “polis” greca, non è mai esistita veramente. Al contrario è sempre stata abilmente gestita in maniera occulta per fare gli interessi di grandi lobby private. Questo, a tutti i livelli, internazionale, nazionale e locale. E’ ovvio allora che chi ha capito questa semplice ma amara realtà, fa in modo che, se la politica in realtà è sempre stata sfruttata in maniera subdola, soprattutto la parola democrazia (perché solo di termine demagogico si tratta, di cui tutti i politici si sono sempre riempiti la bocca); chi ha compreso questo, dicevo, è ovvio che usi la politica per accomodarsi almeno i propri interessi. Ciò vale sia per i politici direttamente coinvolti nelle amministrazioni, sia per quegli elettori “svegli”, che hanno imparato a ubbidire alla vantaggiosa logica clientelare. La massa dormiente, invece, quella che ha sempre votato affidandosi alle illusioni delle belle parole, non ha mai contato nulla ed è sempre servita soltanto ad alimentare il sistema truffaldino, col proprio lavoro e la sua buona fede.

Sembra un discorso cinico e irriguardoso, il mio. Forse poteva esserlo fino agli anni 92-93 del ’900, quelli di “mani pulite”, cioè fino a quando a governare c’erano degli uomini che avevano in qualche modo “il senso dello stato” e, oltre a farsi i fatti loro, com’è ovvio e umano, avevano comunque un occhio anche alla responsabilità del proprio ruolo pubblico. Ma poi, con la seconda Repubblica, sono arrivati gli imprenditori e i banchieri che, senza alcun pudore, hanno dimostrato come sono sempre andate effettivamente le cose. Così hanno cominciato di fatto a privatizzare ufficialmente gli organi pubblici istituzionali e suggellare il loro diritto-dovere di badare esclusivamente ai loro affari di famiglia e del loro clan.

Questa è la vera storia e, ripeto, essa ha coinvolto le istituzioni nazionali che quelle comunali e municipali. D’altra parte come dimostrare il contrario, quando ormai anche i grandi partiti popolari, come la DC o il PC, hanno gettato via la maschera e si sono manifestate per quel che sono sempre stati, cioè delle conventicole affaristiche private che rispondono solo alla logica economica basata sull’usura internazionale bancaria? Logica che parla solo e soltanto di “crescita” ma, attenzione, non perché sono interessate alla crescita del progresso civile, ma perché è il debito sugli interessi a crescere, quello pubblico e privato. Si impone quindi che ci siano sempre maggiori investimenti che, però, determinano soltanto un aumento del debito, in un andamento esponenziale, al solo beneficio delle banche centrali. E’ noto che la grandissima parte delle nostre tasse serve ormai soltanto a pagare gli interessi sul debito, non per essere spesi nei servizi comuni.

“Cosa c’è rimasto di comune in questo Comune?”, questa è la domanda, mi riferiva Alex Zanotelli, da me incontrato recentemente per un’intervista, che egli spesso rivolge agli amministratori locali che gli capita di incontrare.

Si comprende, allora, come mai tutte le amministrazioni pubbliche non possono più permettersi di avere alcuno spazio per svolgere il loro ruolo, perché di soldi non ce ne stanno più e sono inghiottiti tutti per pagare gli interessi sul debito, che intanto continua a crescere senza sosta.

Dov’è la novità oggi? La novità è che, forse inconsapevolmente ma quasi tutti hanno ormai compreso che c’è qualcosa che non funziona proprio nella struttura stessa del sistema in generale. Si tratta di una comprensione sotterranea, che stenta ancora, tuttavia, di trarre le opportune e dovute conseguenze. Da qui il sentimento di chiedere un vero cambiamento che passi o dalle nuove generazioni, più genuine benché inesperte, o… niente, perché la vecchia generazione di amministratori mi sembra difficile possa cambiare la propria forma mentis, se non acquisisce un’improbabile illuminazione sulla via di Damasco.

Secondo me, una nuova forma mentis deve passare per forza attraverso la comprensione di cosa comporti effettivamente la globalizzazione. La globalizzazione non è una cosa astratta come la democrazia, ma è qualcosa che agisce nella pratica concreta e che coinvolge direttamente, volenti o nolenti, tutti i cittadini.

Ora, si aprono due strade:

la prima è continuare a dire: “Purtroppo, è così che vanno le cose”, quindi continuiamo a prendercela in quel posto, tranne quei pochi, che con sempre maggiori sforzi, comunque, tentano di accaparrarsi l’attenzione di chi sta sopra di loro per elemosinare quel poco di liquidi che circolano ancora, da spendere attraverso una gestione degli appalti a loro favorevole.

la seconda strada è quella di afferrare cos’è veramente la globalizzazione e vederne l’altro fondamentale aspetto, ancora troppo nascosto, quello salutare, che riguarda la valorizzazione della “localizzazione”, in maniera tale da bilanciarla in una sana politica “Glocale”. Questo vale in particolar modo per i piccoli comuni, quelli che, proprio perché piccoli, hanno la potenzialità di un controllo del territorio molto più accurato delle grandi aree urbane. La “Glocalizzazione” è l’unica politica che, ripartendo dalla rivalutazione e utilizzazione delle risorse locali, possa far beneficiare sia i cittadini locali, sia quelli residenti all’esterno, nelle metropoli affollate. Questo produrrebbe in cascata un riequilibrio del sistema, bilanciando gli effetti disastrosi che la globalizzazione sta producendo ovunque nel mondo.

Tradotto in termini pratici: se soprattutto i giovani sono abituati da generazioni a dire “purtroppo”, lasciandosi andare o all’abbandono di sé, autodistruggendosi, o all’abbandono della propria terra, è perché qui non trovano alcun ruolo significativo. Non si tratta solo di soldi e lavoro, ma è la funzione della propria esistenza che viene a mancare, il significato della propria azione all’interno della comunità in cui vivono. E’ necessario perciò restituire loro un senso, una capacità di agire attivamente e cambiare concretamente la loro visione, dando loro funzioni e attività concrete che di fatto trasformano la vita e gli spazi qui, nel posto dove vivono.

Andando ancora più nello specifico e facendo esempi concreti. In genere i piccoli centri conservano ancora tracce di memorie preziose e competenze tradizionali che stanno velocemente scomparendo dalla faccia della Terra. I più accorti e sensibili a tal proposito sono proprio coloro che vivono nelle metropoli e che non sanno più nemmeno come è fatta una gallina, un asino o un ulivo, però sentono che stanno morendo lentamente sottoponendosi alla dittatura del supermercato, la longa manus commerciale della Grande Distribuzione globalizzata.

Inaugurare iniziative, spazi e modi per raccogliere documenti e testimonianze della memoria locale, in questa prospettiva, diventa una cosa preziosissima che acquisisce un alto valore aggiunto per chi non vi partecipa più, laggiù nelle metropoli soffocanti.  Oggi con spese irrisorie è possibile fondare laboratori multimediali per insegnare ai giovani come raccogliere materiali, costruire mediateche, spendibili molto bene al livello globale attraverso la rete internet. L’alfabetizzazione informatica non solo farebbe acquisire competenze tecniche professionali ma consentirebbe di tutelare e accumulare quel grande patrimonio culturale di cui il piccolo comune potrebbe giovare su molti livelli.

Non è solo questione di acquisire informazioni buone per un museo, che di per sé potremmo considerare come morto e sepolto, ma di diffusione di conoscenze e attività che oggi sono richieste dappertutto, dove cioè stanno diventando vive queste nuove esigenze. Mi rendo conto che occorre avere una visione differente sul mondo per raccogliere questo invito, ma se pensiamo che tali conoscenze possono tradursi in concreto nell’immediato, per fare qualche esempio, anche nella realizzazione di un grande orto, a partecipazione comunale, dove gli abitanti metropolitani possano usufruire di prodotti genuini a “chilometro zero”, sempre più richiesti. Questa gente non visiterebbe più il piccolo paese solo per cullarsi nel riposo vacanziero, ma anche per fare la spesa.

Non è un mistero che siano sempre di più gli aspiranti imprenditori che vedono nell’orto a Km 0 la possibilità di ottenere un buon reddito. Sono, infatti, in sensibile aumento i consumatori che vorrebbero fare a meno della insipenza e velenosità dei prodotti del supermercato e aspirerebbero a ricevere, anche attraverso una piccola rete di trasporti, tipo i GAS, i Gruppi di Acquisto Solidali, con un semplice click del mouse, verdura fresca di stagione direttamente a casa propria o passare una giornata diversa a raccogliere i prodotti sul campo.

Ma questo è solo un esempio. Pensiamo ad altri prodotti alternativi funzionali ai territori immersi nel verde: ci sono i frutteti a Km 0, la coltivazione di piccoli frutti di sottobosco o di piante aromatiche e officianali, l’apicultura, l’allevamento di lumache, la produzione di cippato, le pensioni e l’addestramento per animali domestici e le pet-therapy, l’allevamento di capre, la fattorie didattiche e le city-farm. Riguardo quest’ultime le richieste di un insegnamento nuovo per far scoprire a bambini e ragazzi tecnologizzati delle città cos’era veramente la natura, è qualcosa che sta diventato sempre più alla moda.

Tutte queste attività un’amministrazione comunale degna di questo ruolo non solo dovrebbe sollecitarle sui più volenterosi, ma dovrebbe farsene carico in prima persona. I modi e i mezzi non mancano, come non mancano le agenzie di consulenza in grado di guidare chi volesse accedere anche a finanziamenti pubblici per questo genere di attività di nuova generazione.

Insomma, concludendo, le opportunità non mancano per riscoprire il grande valore che quelle isole felici rappresentate da certi paesi non inquinati e liberi da sgorbi industriali, possa avere nella post-moderna e decadente vita prodotta dalla globalizzazione. Inoltre occorre senz’altro fare di tutto per intraprendere la strada che aumenti l’autonomia energetica e la resilienza del posto, ovvero la capacità di un ambiente a rispondere attivamente ai grandi rivolgimenti provenienti dall’esterno.

Di tutti questi nuovi valori si stanno rendendo conto proprio quelli che ne stanno soffrendo la mancanza nelle grandi città. Forse ormai lo stanno scoprendo tutti, meno che gli abitanti dei piccoli centri, che vivono in  un paradiso ma ragionano ancora come nel secolo scorso, continuando a ripetere “purtroppo è così che deve andare”.

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