Trovato morto il ragazzo accusato di essere l’autore dell’attentato: Sunil Tripathi, di origine indiana, additato sui social network perché scomparso il 15 aprile, era innocente. Il cadavere trovato in un parco

Sunil Tripathi

Tutti ricorderanno Martin Richard, il bimbo di otto anni morto per essere corso tra le braccia del padre sulla linea del traguardo di quella maledetta maratona di Boston, insanguinata da un attentato che ha ucciso tre persone e ne ha ferite 180. Si ricorderà anche la corsa disperata di Dzhokhar Tsarnaev, l’attentatore ceceno rifugiato in una barca in secca e catturato dalla polizia.

Molti meno, ed è giusto che sia così, ricorderanno un altro destino ingiustamente intrecciato a quel funesto 16 aprile. Un altro volto giovane, che per qualche ora è stato segnalato sui siti e sui media come uno dei possibili autori della strage. Si chiamava Sunil Tripathi, pelle ambrata di chi ha origine indiana e una sola colpa: essere scomparso il 15 marzo. Poco più di questo è bastato agli utenti di Reddit e poi di Twitter per additarlo all’America come assassino. Anche la Cnn ha rilanciato i sospetti e così il New York Post. Lo stesso destino è toccato ad altri innocenti, sottoposto al rischio di linciaggio dalla Rete e dai mezzi di comunicazione.

Quando i due fratelli ceceni sono stati finalmente identificati come i veri attentatori di Boston, da Reddit e da molti utenti in Rete sono arrivate le scuse alla famiglia Tripathi, già provata dal dolore della scomparsa. La madre ha fatto un appello perché i social network non li abbandonassero, questa volta per aiutarli a ritrovare il ventiduenne Sunil. E alla fine Sunil è stato trovato, morto, due giorni fa.

Il corpo è stato recuperato dalle acque intorno all’India Point Park nel Rhode Island. La famiglia Tripathi è tornata a scrivere, su Facebook: «Mentre proviamo un dolore indescrivibile, sentiamo anche incredibile gratitudine. Per ciascuno di voi, dalla nostra città natale ai tanti in terre lontane, estendiamo il nostro ringraziamento per le parole di incoraggiamento, per i pensieri, per le mani tese, per le vostre preghiere e per l’amore che avete così generosamente condiviso».

Pietà e ansia di giustizia, che si trasforma in pericolosa vendetta sommaria, si mescolano in questa vicenda. Non si sa perché Sunil sia morto, e forse nessun medium se ne occuperà mai. Di sicuro la sua storia è finita nel mezzo di una guerra di bombe e notizie che non centravano nulla con lui e la sua vita. Per un attimo, un uso sconsiderato dei social network e degli strumenti che il digitale mette a disposizione ha trasformato una vittima in carnefice. Ma la lezione più grande arriva dalla madre di Sunil. Nemmeno per un attimo ha ceduto alla rabbia, e anche nel dolore più profondo ha distribuito gratitudine a chi, nella Rete, la meritava. Dimostrazione, viva e ineludibile, che distinguere le responsabilità, separare gli strumenti da chi li usa, far convivere dolore, risentimento e riconoscenza è possibile, anche nelle condizioni emotive più faticose. Ma chi si ricorderà di Sunil, che nella maratona mediatica ha attraversato le tappe di anomimo scomparso, celebre killer e, infine, vittima per ignote ragioni?

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