Molti italiani e tanti giovani considerano questa data solo un giorno di vacanza ma la storia racconta che migliaia di uomini e donne hanno sacrificato la loro vita per dare alle future generazioni un Paese democratico

la prima pagina di un giornale dell’epoca

Il ricordo sempre vivo di coloro che hanno dato la vita per la patria. Sono passati ben 68 anni dalla fine dell’occupazione nazi-fascista dell’Italia e, come ogni anno, festeggiamo la ricorrenza del 25 Aprile con le dovute manifestazioni istituzionali che hanno il fulcro a Roma con gli onori al sacello del milite ignoto tumulato all’altare della patria.

Potrebbe sembrare un paradosso, ma tanti Italiani e soprattutto tanti giovani considerano tale data solo un giorno di vacanza da trascorrere all’aria aperta, con gli amici, nell’immancabile gita fuori porta muniti di vivande varie da consumare sotto il sole o alla frescura delle pinete del nostro bel paese.

Il quadretto familiare della gitarella è tipico di noi Italiani e non penso sia deprecabile anzi, a volte rafforza il concetto di famiglia già peraltro abbastanza bistrattato in questi ultimi decenni.

Però dobbiamo per forza fermarci un attimo e andare indietro con la memoria, almeno per non disconoscere la storia per le cui tristi vicende la nostra cara Italia e il nostro tricolore sono purtroppo passati, tenendo ben presente il sacrificio di migliaia di uomini e di donne che hanno dato la propria vita affinche’ la nostra fosse libera di scorrere in un paese democratico e libero.

Non voglio fare inutile retorica, anche perché non sono avvezzo a farla, ma penso che rileggere una lettera di un condannato a morte della resistenza italiana sia forse la cosa migliore per onorare la memoria di chi non c’è più, ma che ha e avrà sempre diritto di essere ricordato. Ognuno potrà trarre da sé le proprie conclusioni immedesimandosi negli ultimi momenti di vita del Capitano Franco Balbis.

Torino, 5 aprile 1944
La Divina Provvidenza non ha concesso che io offrissi all’Italia sui campi d’Africa quella vita che ho dedicato alla Patria il giorno in cui vestii per la prima volta il grigioverde. Iddio mi permette oggi di dare l’olocausto supremo di tutto me stesso all’Italia nostra ed io ne sono lieto, orgoglioso e felice! Possa il mio sangue servire per ricostruire l’unità italiana e per riportare la nostra Terra ad essere onorata e stimata nel mondo intero. Lascio nello strazio e nella tragedia dell’ora presente i miei Genitori, da cui ho imparato come si vive, si combatte e si muore; li raccomando alla bontà di tutti quelli che in terra mi hanno voluto bene. Desidero che vengano annualmente celebrate, in una chiesa delle colline torinesi due messe: una il 4 dicembre anniversario della battaglia di Ain el Gazala; l’altra il 9 novembre, anniversario della battaglia di El Alamein; e siano dedicate e celebrate per tutti i miei Compagni d’armi, che in terra d’Africa hanno dato la vita per la nostra indimenticabile Italia. Prego i miei di non voler portare il lutto per la mia morte; quando si è dato un figlio alla Patria, comunque esso venga offerto, non lo si deve ricordare col segno della sventura. Con la coscienza sicura d’aver sempre voluto servire il mio Paese con lealtà e con onore, mi presento davanti al plotone d’esecuzione col cuore assolutamente tranquillo e a testa alta. Possa il mio grido di “Viva l’Italia libera” sovrastare e smorzare il crepítio dei moschetti che mi daranno la morte; per il bene e per l’avvenire della nostra Patria e della nostra Bandiera, per le quali muoio felice!

Franco Balbis
Di anni 32 – uffìciale in Servizio Permanente Effettivo – nato a Torino il 16 ottobre 1911 – Capitano di Artiglieria in Servizio di Stato Maggiore-. Fucilato il 5 aprile 1944 Medaglia d’Oro e Medaglia d’Argento al Valor Militare.

Tratta dai libri di Malvezzi e Pirelli (“Lettere di condannati a morte della Resistenza
italiana”, Einaudi, Torino 1994, quindicesima edizione) e di Avagliano e Le Moli (“Muoio innocente. Lettere di caduti
della Resistenza a Roma”, Mursia, Milano 1999).

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