Giorgio Napolitano resta presidente della Repubblica. Pd e Pdl hanno deciso che debba essere ancora lui il primo inquilino del Quirinale e lo hanno eletto nella sesta votazione del Parlamento riunito in seduta comune. Ha così superato la maggioranza assoluta dell’assemblea, cioè 504 voti. In precedenza Napolitano, che a giugno compirà 88 anni, nel dare la disponibilità a un secondo mandato, dopo il pressing di Pd, Pdl e Monti, aveva chiesto “un’assunzione di responsabilità collettiva” alle forze politiche. M5S, con Sel, invece, ha sostenuto sino all’ultimo Stefano Rodotà, il nome alternativo che piaceva a molti italiani ma evidentemente aveva in dote il “peccato originale” di essere stato proposto dal Movimento Cinque Stelle, quindi “reo” di non appartenere alle logiche della casta.

Alle 18.15 di sabato 20 aprile, con quell’annuncio e l’applauso tronfio della casta, l’Italia ha perso l’ultimo briciolo di dignità e speranza, polverizzato da una politica spietata e – come prima e più di prima – propensa all’inciucio, senza alcun rispetto per la voglia di cambiamento reclamata a gran voce da un intero popolo. Il Paese sarà ancora rappresentato per i prossimi sette anni da un presidente che aveva annunciato il ritiro e che poi è tornato in “pompa magna” affrettandosi ad accettare l’incarico, lo stesso presidente che non ha esitato a sottrarre la sovranità popolare ai cittadini nominando un premier – Mario Monti tanto per rendere l’idea -mai votato dagli italiani e che ha saputo far peggio di Berlusconi, con una politica di rigore “mortale” basata su una pressione fiscale insostenibile. Un asse politico di pseudotecnici asserviti alle banche e l’alta finanza, che hanno poi spinto molti cittadini a togliersi la vita per disperazione.

Il presidente della Repubblica dovrebbe essere – almeno in linea teorica – garante di tutti gli italiani, senza fare distinzione alcuna su diritti e privilegi. “Chiedo un’assunzione di responsabilità, sarò il presidente di tutti”, ha detto Napolitano, senza capire che in un’Italia a rischio di collasso la sua rielezione non è stato un segnale gradito al popolo.  Serviva un segnale distensivo ed è arrivato, per tutta risposta, un gesto politico che antepone al senso vero e più autentico delle istituzioni, l’attaccamento al potere.

Chiediamo a noi e a voi cosa pensare di chi sostiene il proprio senso dello Stato ma fa di tutto per distruggere delle telefonate affinchè nessuno possa conoscerne il contenuto e solleva quindi un conflitto sull’autonomia dei magistrati.

 

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