Dopo le dichiarazioni di Spatuzza arrestate otto persone mai sfiorate da indagini su morte di Giovanni Falcone

Giovanni Falcone

Sono state ancora una volta le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza a guidare gli uomini della Direzione investigativa antimafia di Caltanissetta, coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia del procuratore Sergio Lari, attraverso un percorso di luce sulla strage di Capaci, che il 23 maggio 1992 uccise il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, e tre agenti di scorta.

Spatuzza, il fedelissimo dei fratelli Graviani, “signori” del mandamento di Brancaccio, oltre ad ammettere spontaneamente il suo coinvolgimento nell’organizzazione dell’attentato, ha fornito elementi di assoluta novità riguardo il coinvolgimento di altri otto personaggi tra boss e gregari, legati al suo stesso mandamento, ma fino ad oggi mai sfiorati dalle indagini su uno degli episodi più efferati dell’Italia repubblicana. Un protagonismo, quello della cosca di Brancaccio, che ne certifica il ruolo di primaria importanza sullo scacchiere strategico di Cosa nostra.

La sentenza di morte eseguita dalla mafia nei confronti di Falcone, non rappresentò semplicemente l’eliminazione di un nemico della criminalità, ma si inserì all’interno di un progetto unitario, in cui Cosa nostra passò dall’attacco alle istituzioni , all’offensiva contro lo Stato, con le bombe del 1993.

Un velo che finalmente, dopo vent’anni, sembra squarciarsi di fronte alle parole di chi visse dall’interno di quelle fasi scellerate. Spatuzza e Fabio Tranchina hanno raccontato che il “gruppo di fuoco” di Brancaccio, guidato da Giuseppe Graviano, fu coinvolto direttamente nel reperimento e nel confezionamento dell’esplosivo che fece saltare in aria l’autostrada tra Palermo e Punta Raisi il 23 maggio 1992. Lo stesso tritolo, proveniente dalle mine antinave della seconda guerra mondiale, e che fu usato anche per compiere le stragi del 1993.

Tra i nomi rimasti nell’ombra in questi vent’anni, c’è anche quello di Salvatore “Salvuccio” Madonia, il reggente della famiglia mafiosa di Resuttana assassino dell’imprenditore Libero Grassi, e attualmente detenuto in regime di 41bis all’Aquila.

Oltre a lui, Spatuzza ha riferito il coinvolgimento di Giuseppe Barranca, detto “ghiaccio”, detenuto a Parma e condannato con sentenza definitiva per le stragi di Roma, Firenze e Milano. Cristofaro “Fifetto” Cannella, detenuto anche lui al 41 bis nel carcere di Milano, e condannato in via definitiva, oltre che per le stragi di Roma e Formello, anche per il rapimento del piccolo Giuseppe Di Matteo. E ancora, Cosimo Lo Nigro, “Cavaddu”, l’uomo che effettuo i sopralluoghi ove compiere le stragi del ’93, per le quali è stato anch’egli condannato in via definitiva. Giorgio Pizzo, “Topino”, detenuto al 41bis, e condannato per le stragi di Firenze e Formello.

Vittorio Tutino, imputato nel procedimento sulla strage di via D’Amelio in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta. Lorenzo Tinnirello, condannato in via definitiva per la strage di via D’Amelio, e indicato dal falso pentito Vincenzo Scarantino, come colui che guidò e fece esplodere l’auto imbottita di tritolo. Infine Cosimo D’Amato, il quale ha all’attivo un precedente per falsa attestazione delle proprie generalità, ma arrestato recentemente perché sospettato d’avere recuperato da alcuni residuati bellici, l’esplosivo usato per la strage di Firenze.

Tutti sono accusati di strage aggravata continuata in concorso, ma solo a Madonia è riconosciuto il ruolo di mandante. Per tutti, ad eccezione di D’Amato, è contestata la detenzione, fabbricazione e porto d’esplosivi continuato, aggravato e in concorso. Solo a D’Amato, infine, è contestata la cessione di esplosivi aggravata.

Per uccidere Falcone, Cosa nostra impiega il tritolo lavorato e macinato da Barranca, Cannella, Lo Nigro, Pizzo, Tutino e Tinnirello. Un piano dietro al quale il nome di riferimento come mandante è quello del Capo dei capi, Totò Riina, oltre al gotha dell’organizzazione.

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