Bersani dice no a governissimo, ma ora dialoga sul Colle. Segretario Pd replica ancora a Renzi e Squinzi

Pier Luigi Bersani

Toni forti, quasi da campagna elettorale, lungo la linea Roma-Bari, i comizi incrociati di Pier Luigi Bersani e Silvio Berlusconi offrono al pubblico uno scambio di colpi piuttosto duro ma, in realtà, non compromettono la vera partita in corso, quella per il Quirinale. Più di un dirigente Pd vicino a Bersani assicura che il botta e risposta di oggi non cambia nulla, che tutto si deciderà nelle ultime ore prima che i ‘grandi elettori’ inizino a votare per il successore di

Giorgio Napolitano e che la speranza di eleggere il presidente subito, entro i primi tre scrutini, è ancora viva. Una speranza che dalle parti di Matteo Renzi si trasforma in timore, il sindaco di Firenze teme un patto Berlusconi-Bersani per tagliarlo fuori e non a caso in questi ultimi giorni sta facendo circolare la sua preferenza per il nome più sgradito al Cavaliere, quello di Romano Prodi. Bersani procede senza rivelare quasi a nessuno le sue carte, martedì si riuniranno i gruppi parlamentari democratici e mercoledì i grandi elettori del Pd e un dirigente vicino al leader pronostica che “il nome o i nomi” da proporre a Berlusconi verranno fatti solo all’ultimo momento.

Il segretario è molto cauto, le critiche e le prese di posizione arrivate negli ultimi giorni da diversi ‘maggiorenti’ del partito lo spingono ad una gestione ancora più accorta di tutto il dossier Quirinale. Intanto, dopo avere incassato parecchi colpi nei giorni scorsi, Bersani decide di restituirne qualcuno, a cominciare da Matteo Renzi: “Qualcuno – qualcuno dei nostri, non dei loro – a me ha detto ‘ci vuole dignità’. Io una frase così non l’avrei accettata neanche da mio padre. Per il bene del partito sto zitto. L’arroganza umilia chi ce l’ha”.

Il segretario ce l’ha col sindaco, ma non solo con lui, a Bersani non sono piaciute affatto le parole pronunciate oggi dal presidente di Confindustria Giorgio Squinzi, che ha mosso critiche molto simili a quelle del ‘rottamatore’ a proposito del ‘tempo sprecato dalla politica’. Si riferisce a entrambi, Bersani, quando attacca: “Come segretario Pd adesso voglio dire la cosa che in questi giorni mi è bruciata di più, io non la mando giù così facilmente. Da alcune settimane vengono a spiegare a noi – a noi! – che la situazione è drammatica e che bisogna fare qualcosa. Vengono a dirlo a quelli che dicevano che la situazione era grave quando gli altri dicevano che i ristoranti erano pieni. Anche quelli che sui giornali ce la spiegano e facevano finta di credere alle colossali panzane”. Poi torna sulla questione, “è indecente che si chieda alla politica di fare presto”, chi vuole il “governissimo” sappia che si rischia di avere “Grillo al 70%, poi non vengano a dire a me ‘mi raccomando'”.

Ma, appunto, la trattativa con Berlusconi non è affatto tramontata. I bersaniani notano che il Cavaliere nel suo comizio ha sì ribadito di volere le larghe intese e di essere contrario al “governo di cambiamento”, ma poi fanno notare che sul Quirinale si è limitato a dire che non vuole Romano Prodi. Proprio questa, secondo Bersani, può diventare l’arma in più al tavolo della trattativa: Beppe Grillo ha inserito anche Prodi nell’elenco dei papabili e, come dice un dirigente bersaniano, “ora Berlusconi sa che se lui non elegge con noi un presidente condiviso corre davvero il rischio di ritrovarselo al Quirinale”. Minaccia che in realtà si scontra con il rischio dei tanti franchi tiratori nel Pd, che potrebbero scatenarsi a partire dal quarto scrutinio.

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