Chiesta la condanna di medici, infermieri e agenti: “testimone oculare credibile sentì le botte inflittegli”

Stefano Cucchi

Condannare tutti gli imputati a pene comprese tra i due anni e i sei anni e otto mesi di reclusione. Queste le richieste dei pm al termine della requisitoria nel processo per la morte di Stefano Cucchi. In particolare i pm Barba e Loy hanno chiesto la condanna più alta, sei anni e otto mesi di reclusione, per Aldo Fierro, il primario del reparto dell’ ospedale Sandro Pertini. A seguire i pm hanno chiesto sei anni per i medici Stefani Corbi e Flaminia Bruno, cinque anni e mezzo per i medici Luigi De Marchis Preite e Silvia Di Carlo e due anni per il medico Rosita Caponetti. Quattro anni di reclusione sono stati chiesti per i tre infermieri: Giuseppe Flauto, Elvira Martelli e Domenico Pepe. Due anni di reclusione è la richiesta per per gli agenti di polizia penitenziaria Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Domenici.

La sentenza del processo per la morte di Stefano Cucchi, il geometra arrestato il 15 ottobre 2009 per droga e morto una settimana dopo all’ospedale ‘Sandro Pertini’, ci sarà entro il 22 maggio. Per quella data infatti il presidente della III Corte d’Assise di Roma ha stabilito l’ultima udienza. Fitto i calendario: la prossima udienza è in programma il 10 aprile quando è previsto l’intervento della parte civile. Il 17 aprile i primi interventi dei difensori. Oggi in aula, come dalla prima udienza, anche al sorella di Stefano, Ilaria Cucchi insieme con la madre e il padre.

“Non posso accettare che non sia riconosciuta la verità su quello che è successo a Stefano; tutto il resto non mi interessa. La verità la sanno tutti. Speravo che entrasse anche nell’aula di giustizia. Ripongo nella Corte tutta la mia fiducia perché ogni risposta non coerente con quanto accaduto a Stefano, ogni risposta ipocrita, non la possiamo accettare”. E’ il commento di Ilaria Cucchi alle richieste di condanna fatte dai pm nel processo per la morte del fratello Stefano. “Io e la mia famiglia – ha aggiunto – ci siamo sottoposti a questo processo lunghissimo e dolorosissimo sul piano emotivo. Lo abbiamo fatto perché continuiamo a sperare che si riconosca la verità. L’atteggiamento che abbiamo notato oggi in aula è perfettamente coerente con quello che è stato l’atteggiamento della procura, tanto che spesso viene da chiedersi chi sono gli imputati nel processo per la morte di mio fratello”. Per Ilaria Cucchi, “la responsabilità dei medici è assolutamente gravissima e innegabile; non sono più degni di indossare un camice. Lo abbiamo sempre detto e continueremo a sostenerlo fino alla morte. Avrebbero potuto salvare mio fratello e non lo hanno fatto, si sono voltati dall’altra parte e non si può far finta di niente, come non si può far finta che Stefano sarebbe finito in quell’ospedale per cause che non c’entrano con il pestaggio”.

Stefano Cucchi “morì di fame e di sete, anche se c’erano una serie di patologie che lo hanno portato alla morte insieme alla mancanza di cibo”. Lo ha detto il pm Francesca Loy nel corso della sua requisitoria davanti alla III Corte d’Assise di Roma. “Non servivano esperti per dirci la causa di morte – ha aggiunto il pm – Bastava vedere le foto. Stefano muore perché non è stato alimentato, curato per le patologie di cui soffriva, perché si è rifiutato di nutrirsi e perché nessuno dei medici si è curato di farlo nutrire. Le lesioni provocate dagli agenti penitenziari nelle celle di piazzale Clodio hanno avuto una valenza meramente occasionale sul piano della morte, non conseguenziale”. Per i rappresentanti dell’accusa, il comportamento dei medici e degli infermieri dell’ospedale ‘Pertini’ (dove Cucchi morì una settimana dopo il suo arresto per droga) “non fu colposo, ma un chiaro sintomo dell’indifferenza che hanno avuto nei confronti di quel paziente”. Nessun dubbio, quindi, sulla configurabilità del reato di ‘abbandono d’incapacé per il personale medico del ‘Pertini’. “Davanti ai rifiuti del giovane, un paziente maleducato, scontroso, medici e infermieri hanno lasciato perdere. Le loro carenze non sono solo negligenze, ma denotano proprio l’assoluta indifferenza nei confronti di Stefano”.

Tre sono i punti focali che secondo la pubblica accusa emergono dal processo per la morte di Stefano Cucchi: il giovane fu picchiato nelle celle di Piazzale Clodio (dove era in attesa dell’udienza di convalida del suo arresto) da parte di agenti della Penitenziaria; fu ricoverato al ‘Pertini’ pur non sussistendone le condizioni perché si voleva isolarlo dal mondo, dai suoi familiari, dal suo difensore; morì per la gravissima incuria e omissioni di medici e infermieri, dopo un vero e proprio abbandono. Lo ha detto il pm Vincenzo Barba nella requisitoria del processo. Per il rappresentante dell’accusa il decesso del giovane “non poteva essere considerato naturale. Cucchi e la sua malattia sono stati trattati come mera pratica burocratica”. Per il pm Barba “nessun elemento nuovo è emerso; né sui carabinieri per i quali si ventilava avessero provocato lesioni a Cucchi prima del suo ingresso a Palazzo di giustizia; nessun elemento singolo ha potuto far emergere responsabilità diverse da quelle individuate. Nessuna delle lesioni riscontrate tecnicamente si può dire possano essere state arrecate al momento della fase dell’arresto”.

Il supertestimone gambiano Samura Yaya, compagno di celle di Stefano Cucchi, “é testimone oculare, è credibile. Vide l’esito dell’aggressione subita da Stefano nelle celle. Sentì quando cadde a terra e i calci subiti e vide che aveva una ferita sulla gamba”. Lo ha sostenuto il pm Vincenzo Barba nella requisitoria al processo per la morte del geometra romano. Per l’accusa “l’aggressione si consumò prima che Stefano fosse portato in aula per l’udienza di convalida del suo arresto”. “Ci sono numerosissimi testimoni che dicono che Cucchi chiamava con insistenza le ‘guardie’. Forse era in crisi d’astinenza perché chiedeva con insistenza le medicine. Non si sa perché, nonostante queste insistenze arroganti, le medicine non gli furono somministrate nemmeno dai volontari di Villa Maraini presenti”, ha detto il pm. C’é poi il racconto dei compagni di cella. “Sappiamo che una detenuta è l’unica che ha dialogato con Cucchi per qualche minuto – ha detto Barba – A lei disse che stava male, che voleva le medicine; lo sentì chiamare a gran voce le guardie. Poi c’é il super testimone e c’é lo stesso Cucchi che ha dato una serie innumerevole di motivazioni sulle lesioni”.

Stefano Cucchi “era una persona di magrezza patologica, di quelle che abbiamo visto di rado, per lo più nei film che raccontano quanto successo ad Auschwitz”. Lo ha detto il pm Francesca Loy nella requisitoria al processo per la morte del geometra romano. Sulla questione delle lesioni riportate dal giovane, il messaggio della pubblica accusa è stato chiaro: “Secondo tutti i periti sono modeste anche se dolorose – ha detto il pm – Siamo convinti che le lesioni causate a Cucchi dalla polizia penitenziaria più che da un pestaggio siano state lesioni lievi, probabilmente determinate da un calcio o una spinta con caduta a terra. Una violenza gratuita inflitta a un detenuto che in quel momento teneva un comportamento ritenuto insopportabile”. Per il resto, Cucchi “era lungi da essere un giovane sano e sportivo. Era un tossicodipendente con conseguenze sul suo stato fisico e sugli organi vitali che tutti possiamo immaginare. Soffriva di crisi epilettiche e sono stati documentati 17 accessi a pronto soccorso negli ultimi dieci anni. Non è normale che uno va al pronto soccorso due volte l’anno da quando aveva 18 anni. I periti definiscono le sue condizioni di grave deperimento organico. Durante la degenza al Pertini ha perso dieci chili”.

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