Il cattolico, ex presidente del Senato, è molto meno osteggiato rispetto ad altri candidati come Amato

Franco Marini

A dieci giorni dall’inizio della scalata al Colle, c’è un uomo solo al comando, il suo nome è Franco Marini. Dopo una settimana di sondaggi informalissimi con lo staff di Silvio Berlusconi, nel ristretto entourage di Pier Luigi Bersani si sono fatti un’idea precisa. Marini è il migliore dei candidati possibili per diversi motivi interni al Partito Democratico e per uno esterno.

E’ cattolico e dopo 14 anni di presidenti «laici», il dettaglio non guasta; è fortemente appoggiato dall’area dei Popolari (Franceschini, Letta, Fioroni, Bindi), risvegliatisi dopo lunghi anni di «letargo» e d’altra parte dopo due presidenti delle Camere di sinistra, una «poltronissima» per gli ex Dc aiuta il Cencelli interno; tra i grandi elettori parlamentari del Pd, Marini è meno osteggiato rispetto a quello che resta il candidato più prestigioso dell’area democratica, Giuliano Amato.

Ma c’è una ragione di più che ha spinto Franco Marini in testa al «gruppone» dei favoriti, a dieci giorni dall’inizio della scalata: l’ex presidente del Senato non è sgradito a Berlusconi. Lo hanno capito gli sherpa di Bersani (Maurizio Migliavacca e Vasco Errani) che si sono parlati con gli uomini di fiducia di Silvio Berlusconi e d’altra parte nella memoria di Marini non si è mai cancellato il ricordo di quanto gli disse il Cavaliere il 4 febbraio del 2008. A Marini, dopo la caduta del secondo governo Prodi, era stato affidato un incarico esplorativo da Giorgio Napolitano, per verificare se fosse possibile far nascere un governo per completare la legislatura. Berlusconi, nel negare a Marini il suo appoggio, si congedò con queste parole: «Caro Presidente, mi spiace non potere appoggiare il suo tentativo, ma d’altra parte noi non possiamo mettere a rischio una vittoria elettorale sicura. Ma le assicuro che ci ricorderemo di questo suo sacrificio». E infatti un ex ministro di Berlusconi come Gianfranco Rotondi è pronto scommettere: «Se la situazione resta quella di questi giorni, per Marini potrebbe riproporsi il “metodo Ciampi”: elezione alla prima votazione».

Certo, in politica la memoria di solito è molto corta, ma nelle promesse interpersonali Berlusconi ha sempre mostrato una generosità fuori dall’ordinario. Da parte sua, un tipo come Marini non è uno che si aspetti regali o riconoscenze postume. Nel 1999, quando Massimo D’Alema si impegnò a favorire la sua scalata al Quirinale, salvo poi «glissare» su Carlo Azeglio Ciampi, Marini non se la prese: la sua freddezza è proverbiale. E la dimostra anche in questi giorni, nei contatti che intreccia nel suo studio a Palazzo Giustiniani: mai un’emozione, mai una speranza lasciata trapelare con i suoi interlocutori.

E’ sempre stato fatto così e non cambia certo adesso che sta per compiere (domani) 80 anni. Certo, Marini si tiene in contatto con i protagonisti (pochissimi) della trattativa, ma non è tipo da brigare. Anche perché il suo principale sponsor dall’altra parte della barricata, Gianni Letta, ancora per qualche giorno si muove con l’aura del candidato.

E d’altra parte Marini sa quali siano le regole del gioco: Pd e Pdl eleggono assieme un Presidente soltanto se si trova una «quadra» sul futuro governo e sotto questo punto di vista non stanno maturando novità significative, nonostante il dialogo tra i due poli si stia normalizzando.

Ecco perché dietro all’uomo solo al comando, nei contatti informalissimi tra le diplomazie si sono formati due gruppi di «inseguitori», pronti allo scatto laddove cambiasse il «percorso» per arrivare al traguardo. Il gruppo della «grande intesa» è guidato da Giuliano Amato, che qualche giorno fa, durante una lezione agli studenti del liceo Tasso di Roma, ha spiazzato tutti, parlando della Tav: «È legittimo chiedersi se il progetto in Val Susa abbia ancora senso, considerato che i flussi di merci si sono spostati e non si muovono più lungo la direttrice Barcellona Lione Torino come si pensava vent’anni fa».

Amato, ma anche Massimo D’Alema, Luciano Violante sono candidati molto quotati nel Palazzo ma deboli nei sondaggi professionali e sul web. E poi c’è il gruppo degli outsider, che potrebbero scattare nel caso in cui il surplace dovesse prolungarsi: Emma Bonino, Romano Prodi, Stefano Rodotà, che invece sono tutti molto competitivi e in modo costante nei veri tipi di sondaggio.

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