Processo Mori. Requisitoria del pm Di Matteo traccia una durissima accusa: “i Ros non volevano prendere Provenzano, per accordi nella trattativa Stato-mafia”

Bernardo Provenzano

Dalle relazioni di servizio del colonnello Michele Riccio emerge, secondo il pm Nino Di Matteo che questa mattina ha proseguito la requisitoria nel processo ai carabinieri Mario Mori e Mauro Obinu per favoreggiamento alla mafia, “la volontà degli imputati di proteggere la latitanza del capomafia Bernardo Provenzano in esecuzione di pregressi accordi con istituzioni che in quel momento garantivano l’abbandono della strategia stragista”. Secondo l’accusa, Mori e Obinu, pur essendo informati da Riccio (che otteneva le informazioni dal confidente Luigi Ilardo) sulla presenza del boss in un edificio nei pressi di Mezzojuso (Pa), non sarebbero intervenuti.

Questo secondo gli inquirenti è uno dei tasselli che compongono la trattativa Stato-mafia. Il pm ha letto in aula alcune dichiarazioni di Riccio “che ha subito indicato – ha detto Di Matteo – al colonnello Mori quale era il casolare di Mezzojuso e le indicazioni per arrivarci che erano molto semplici. Nelle relazioni di servizio di Riccio tutto questo è indicato con precisione. In quella del 31 ottobre 2005 (il giorno del fallito blitz), scritta il 2 novembre, Riccio descrive tutte le informazioni, precise sia sui luoghi che sulle persone, che potevano servire ai militari per catturare il latitante”.

Il silenzio “omertoso” del Ros dei carabinieri, che avrebbe taciuto alla Procura, contrariamente a quanto stabilito dall’allora capo dei pm Giancarlo Caselli, quanto appreso sulla latitanza del boss Bernardo Provenzano dal confidente Luigi Ilardo, è al centro della seconda parte della requisitoria del pm.
Di Matteo ha anche ricordato le dichiarazioni di due pentiti: Ciro Vara e Nino Giuffré che hanno ribadito in più occasioni che, dopo il mancato blitz che avrebbe dovuto portare alla cattura del capomafia a Mezzoiuso, nel palermitano, episodio per il quale i due ufficiali sono finiti sotto processo, il padrino rimase indisturbato nello stesso luogo e con le stesse persone per oltre 5 anni. Fu solo dopo la cattura di un altro boss, Benedetto Spera, arrestato in un casolare a pochi metri dal nascondiglio di Provenzano, il 31 gennaio del 2000, che il capomafia decise di spostarsi da Mezzoiuso.

“E ciò – ha spiegato Di Matteo – solo perché si era reso conto che era saltato il sistema. Che in un contesto investigativo gestito fino ad allora solo dai carabinieri aveva fatto irruzione la polizia riuscita in un mese a catturare Spera e ad arrivare ad un passo da Provenzano”. Dolosamente, dunque, secondo il magistrato, il Ros non informò la Procura delle dritte ricevute dal confidente, che poi fu assassinato: ciò rientrava, per l’accusa, in quella sorta di accordo che il boss avrebbe stretto con il Ros nell’ambito della trattativa che pezzi delle istituzioni avrebbero siglato con Cosa nostra “In quel momento – ha aggiunto – anche su ordine di altri il Ros non voleva catturare Provenzano”.

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