Italia e India in un “ping pong” di sentenze, trattati internazionali e controversie, si contendono il destino appeso ad un filo dei due marò Girone e Latorre, prigionieri da più di un anno con l’accusa di omicidio

i due marò italiani

L’Italia impotente e inefficace  assiste a delle schermaglie della  giurisdizione indiana nei confronti di due fucilieri della marina: Salvatore Girone e Massimiliano Latorre,  vittime di un incidente diplomatico con l’India che li tiene prigionieri con l’accusa di omicidio di due pescatori.

I due marò con grande dignità stanno affrontando la loro triste vicenda, in balia dei capricci diplomatici  di due stati che non riescono a trovare una soluzione concreta.

Per avere un’idea meno confusa, ripercorriamo le tappe della controversa vicenda.

Il mercantile Enrica Lexie in transito sul Mar Arabico, al largo delle coste indiane, viene attaccato  da cinque uomini armati, ai quali, i marò chiedono loro di identificarsi, via radio e con segnali luminosi, ma non ricevendo nessuna risposta e seguendo le procedure ordinarie, sparano solo colpi di avvertimento, una ventina in aria e in acqua. A quel punto, a quanto riferiscono i militari, la misteriosa imbarcazione si allontana, per poi scomparire.

Poche ore dopo interviene la Marina indiana, con un aereo e due motovedette e ordina all’Enrica Lexie di  approdare al porto di Kochi per accertamenti. Al porto, però,  i marò sono posti in stato di fermo e accusati dell’omicidio di due pescatori che si trovavano su un’imbarcazione che era stata, proprio in quelle ore, attaccata in quelle stesse acque.

La questione diventa controversa e irrisolvibile se si provano a sovrapporre le due versioni: secondo le autorità indiane, sono stati i militari italiani a uccidere i due pescatori, probabilmente dopo averli scambiati per pirati. Il duplice omicidio sarebbe stato commesso a 14 miglia dalle coste indiane, i pescatori sarebbero stati disarmati, due erano al comando e tre stavano dormendo, e la nave italiana avrebbe comunicato il presunto attacco dei pirati all’antenna anti pirateria di Mumbai solo due ore e mezzo dopo l’accaduto.

La versione italiana risulta alquanto diversa: l’incontro con la misteriosa imbarcazione sarebbe avvenuto a 30 miglia dalla costa ed in un orario diverso (ben cinque ore prima). L’imbarcazione, inoltre, sarebbe totalmente diversa da quella sulla  quale viaggiavano i due pescatori uccisi.  Secondo la ricostruzione italiana, l’Enrica Lexie si era imbattuta in un’altra nave e a colpire i due pescatori sarebbe stato qualcun altro.

Il mistero su questa vicenda, però, sembra non essersi risolto e la storia sembra aver voluto dar ragione alla versione indiana.

I due marò, infatti, sono da più di un anno prigionieri a Kochi, accusati di omicidio e in balia della giustizia indiana.  A poco sono servite le prove balistiche effettuate sulle armi, le molteplici dichiarazioni del sottosegretario di Stato Staffan De Mistura (nominato appositamente dal presidente del Consiglio Monti)  e del ministro degli Esteri italiano Terzi, insieme ai molteplici appelli  della famiglia per un  intervento più efficace del governo.

Il 25 maggio 2012 dopo tre mesi nel carcere indiano di Trivandrum, capitale dello Stato federale del Kerala, i due fucilieri della Marina vengono trasferiti in una struttura a Kochi e viene loro concessa la libertà su cauzione, con il divieto di lasciare la città. Solo il 20 dicembre 2012 riescono ad ottenere un permesso speciale per trascorrere in famiglia le festività natalizie in Italia, con l’obbligo di tornare in India entro il 10 gennaio. Il 22 dicembre atterrano a Roma, per poi  ripartire alla volta di Kochi il 3 gennaio.

L’8 gennaio 2013 la Corte Suprema indiana stabilisce che il governo del Kerala non ha giurisdizione sul caso e dispone che il processovenga affidato a un tribunale speciale da costituire a New Delhi.

Il 22 febbraio 2013 la Corte Suprema indiana concede ai due fucilieri di tornare in Italia per quattro settimane per votare. La vicenda sembra dare maggiore speranza, finché, il ministro degli Esteri Terzi ha decretato che: «L’Italia ha sempre ritenuto che la condotta delle Autorità indiane violasse gli obblighi di diritto internazionale gravanti sull’India in virtù del diritto consuetudinario e pattizio, in particolare, il principio dell’immunità dalla giurisdizione degli organi dello Stato straniero e le regole della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS) del 1982» e quindi i due marò avrebbero dovuto restare in Italia, ma non è mancata la tempestiva reazione del  premier di New Delhi Manmohan Singh  che ha richiesto di far rientrare in India i marò, imponendo una restrizione di libertà all’ambasciatore italiano Daniele Mancini.

L’Italia ha proposto formalmente al Governo di New Delhi l’avvio di un dialogo bilaterale per trovare una soluzione diplomatica del caso, suggerendo l’ipotesi di una cooperazione tra Stati nella lotta alla pirateria, secondo quanto prevede la citata Convenzione UNCLOS, ma vista la mancata risposta dell’India a questa richiesta, il Governo italiano ritiene che ci sia una controversia con l’India avente ad oggetto le regole contenute nella predetta Convenzione e i principi generali di diritto internazionale applicabili alla vicenda.

Il 22 Marzo 2013 i due fucilieri son stati costretti a ritornare in India, come in un cruento gioco dell’oca in cui si fa ritorno al punto di partenza e in cui ogni giorno si gioca a dadi per la vita o la morte dei due militari.

Il 2 Aprile  la Corte Suprema Indiana ha revocato le restrizioni per l’ambasciatore Mancini, aggiornando l’udienza al 16 Aprile. Questa volta il governo dovrà presentare proposte concrete, perché, secondo indiscrezioni  della stampa indiana, la Corte suprema potrebbe, facendo pressioni sul governo, non chiedere un tribunale ad hoc per i marò perché l’Agenzia di investigazione indiana (Nia) dispone già di due tribunali speciali a New Delhi e in Kerala, ma anche questi rumors sono stati smentiti dal portavoce del governo Syed Akbaruddin, dicendo che la Nia non avrebbe avuto incarichi in merito all’affare marò.

Molte le ombre che ancora pervadono questa vicenda e incerto e, spesso, goffo l’intervento italiano. Sicuramente l’Italia si muove su un campo minato e vuole evitare il contenzioso internazionale poiché il reato, secondo la versione ufficiale, sarebbe stato commesso in acque indiane, ma dato che il governo  indiano non esclude tra i provvedimenti la pena di morte (prevista nella loro legislazione), sarebbe necessario essere più efficaci e preoccuparsi maggiormente dei nostri prigionieri, colpevoli di aver agito secondo un trattato internazionale in caso di attacco di pirateria (stando alla versione italiana).

La situazione è, dunque, sul filo di un rasoio, sembra un intricato rompicapo, ma il tempo gioca a sfavore dei nostri marò e delle loro famiglie. Inutili sono state e dimissioni del ministro Terzi, il 27 Marzo, che fino alla fine non è riuscito a gestire  la delicata questione, creando ulteriore scompiglio.

Adesso la parola spetta alla magistratura,  sia italiana che indiana che non si è ancora pronunciata, in attesa di un verdetto. L’auspicio comune è che lo stato italiano rivendichi la sua sovranità e tuteli degnamente i suoi detenuti illegittimi all’estero, soprattutto se si tratta di militari in missione.

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