Berlusconi irritato avverte il Pdl e studia le due mosse: Gianni Letta al Quirinale oppure un nome di garanzia

Silvio Berlusconi

Il “saggio” Onida che accusa se stesso e la commissione di cui fa parte, Renzi e Bersani che se le danno di santa ragione. La giornata di ieri segna due autogol altrui che fanno sorridere tutto il Pdl. Silvio Berlusconi, che è ad Arcore e ci resterà ancora per diversi giorni, tanto è rabbuiato per le sentenze che incombono (ma ieri Ruby ha segnato un punto a suo favore) tanto gode dei guai altrui. «L’inutilità» dei “saggi” conclamata da uno dei suoi membri fa sorridere il Cav. La deputata Daniela Santanché, ora responsabile Organizzazione, e la senatrice Anna Maria Bernini, portavoce vicario del Pdl ma non ancora del gruppo, sparano a palle incatenate, più che contro la gaffe Onida, contro il lavoro dei saggi in sé e, quando parlano loro due, è come se parlasse Berlusconi in persona.

Santanché chiede a Napolitano di «sciogliere subito i saggi», la Bernini chiede di fatto la stessa cosa («il loro inutile lavoro si concluda al più presto»), e aggiunge: «Serve un nome di garanzia al Colle». Quello prossimo venturo, si capisce. Berlusconi ha deciso di preparare il terreno all’incontro – che ci sarà ma che non è ancora stato fissato – con il segretario del Pd Bersani, demandando la pratica ad Alfano. I due segretari si sono sentiti ieri al telefono per fissare i paletti del match che si svolgerà in terreno neutro e istituzionale. Oggetto formale dell’incontro, il quadro politico, oggetto pratico la rosa di nomi per il Colle che il Pd sottoporrà al Pdl, sperando che alcuni siano graditi. L’altra sera, Berlusconi è andato su tutte le furie. Non gli è piaciuta la sortita di Mara Carfagna, che ha lanciato per il Colle Emma Bonino, nome rilanciato da Micaela Biancofiore, peraltro fedelissima del Cav. Come non gli piace che Stefania Prestigiacomo e Gabriella Giammanco guardino con simpatia (sempre per il Quirinale) a Massimo D’Alema. Da Arcore, allora, è stato dato mandato ad altre donne pidelline come Laura Ravetto, Maria Stella Gelmini e Nunzia De Girolamo di correggere il tiro e di specificare, all’unisono: «Al Colle serve un moderato».

Chi ha parlato con il Cavaliere sa che, escluso il sogno di vedere Gianni Letta (o se stesso) al Quirinale, Berlusconi vuole, dal nuovo capo dello Stato, due garanzie nette: una guarentigia inattaccabile a lui (la nomina a senatore a vita) come atto di pacificazione nazionale e il via libera a nuove elezioni che il Cav è sicuro di rivincere. Nomi possibili? Più di D’Alema («ci creerebbe, a noi e al Pd, più problemi di quanti ne risolve», avrebbe detto), Berlusconi punta su Giuliano Amato e Franco Marini, due moderati che non gli farebbero scherzi. Tutto, però, passa per il Pd e qui la strategia del Cav si fa ondivaga. Da un lato apprezza e stima, ormai da tempo, Matteo Renzi: è convinto che sarà lui a dar vita a un big-bang che distruggerà il Pd per sempre, ed è pronto a giocare di sponda anche con i renziani pur di impedire la salita di Prodi al Colle (da cui la telefonata Verdini-Renzi ieri). Dall’altro lo teme, in caso di nuovo scontro elettorale.

Ecco perché continua a spingere per tornare al voto presto, prestissimo, entro giugno: «Lo statuto del Pd impedirà a Renzi di diventare segretario subito e di fare il candidato premier». In ogni caso, è sempre il ragionamento di Berlusconi, lo spauracchio di Renzi indurrebbe Bersani a farsi più malleabile e trattare per il Colle sotto la spada di Damocle dei 51 parlamentari renziani pronti ad appoggiare un governo di larghe intese con il Pdl.B

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