Bersani prova a stanare Cinque Stelle con un nome condiviso sul Quirinale per poi attirarlo nel governo

Stefano Rodotà

La linea, in apparenza, è la stessa di due settimane fa: no al governissimo con Silvio Berlusconi, dialogo con il Movimento 5 stelle, sì a un governo di cambiamento con la corresponsabilità di tutte le forze politiche.

Però, nelle parole pronunciate da Pier Luigi Bersani nella conferenza stampa del 2 aprile – come riporta Lettera 43 -, ci sono moderati ma chiari segni di ripensamento rispetto alla strada da seguire. Almeno rispetto a due questioni chiave per il futuro della legislatura: il ricorso al voto in caso di fallimento e il nome del candidato premier per il cosiddetto «governo di cambiamento».

Innanzitutto, spiegano dal Nazareno, il preincarico al segretario è stato assorbito dall’insediamento dei 10 «saggi». E soprattutto, con la prorogatio, Giorgio Napolitano ha di fatto ribaltato l’agenda politica, costringendo i partiti ad accordarsi prima sull’elezione del nuovo capo dello Stato e poi, eventualmente, su un nuovo esecutivo.

Lo spazio di rilancio del progetto bersaniano, dicono fonti vicine al segretario, nasce proprio da questo ribaltamento. L’oggetto dei negoziati con Grillo ora non è più il governo, ma il Quirinale. E sul tema, sostengono i democratici, i 5 stelle non potranno comportarsi con la stessa «leggerezza» con cui hanno snobbato la proposta di governo Pd: un disimpegno rispetto alla scelta del presidente della Repubblica sarebbe indigeribile per il loro elettorato, già stanco delle troppe chiusure di Grillo.

Ufficialmente, Bersani tiene aperte tutte le porte. In conferenza stampa ha detto di voler cercare una «larghissima» convergenza per eleggere il nuovo inquilino del Quirinale, ed è probabile che il segretario la persegua anche negli incontri con il Pdl. Ma è chiaro che l’interlocutore privilegiato in questo momento è il Movimento 5 stelle che potrebbe convergere su una figura condivisa dal Pd come il giurista Stefano Rodotà, ex garante per la Privacy. Più difficile far passare Romano Prodi, uno che a molti italiani fa ancora venire gli incubi solo a nominarlo.

Una sorta di «operazione Grasso» da replicare al Quirinale che se riuscisse, è la convinzione degli esponenti democratici bersaniani e della sinistra turca e civatiana, allora potrebbe sparigliare le carte e riaprire i giochi anche per il governo.

Non a caso, la prima novità rispetto alla linea tenuta finora, Bersani l’ha introdotta proprio rispetto al suo futuro. «È necessario un governo di cambiamento per il Paese», ha spiegato. «Se Bersani serve per questa strada si procede così. Se Bersani diventa un ostacolo è a disposizione perché prima di tutto c’è l’Italia».

Tradotto: se si riesce a coinvolgere il M5s nella scelta per il Quirinale, e se questo dovesse condurre a un atteggiamento diverso da parte dei grillini nei confronti del Pd, potrei anche farmi da parte e consentire la nascita di un esecutivo Pd-M5s con un altro candidato premier, magari una figura terza e lontana dai partiti.

D’altra parte, nel partito non si fanno strada molte altre alternative. Perché se è vero che renziani, veltroniani e una parte dei d’alemiani non hanno mai condiviso pienamente la linea Bersani del dialogo con Grillo, è altrettanto vero che nessuno di loro si assumerebbe mai la responsabilità di proporre, e poi eventualmente siglare, un accordo politico con Silvio Berlusconi.

Non a caso un renziano doc come Paolo Gentiloni il primo aprile ha dichiarato a Repubblica che giustamente Bersani ha escluso l’ipotesi di governissimo e che l’unica alternativa potrebbe essere il governo del presidente. Una sorta di coalizione mascherata, soft, alla quale però Berlusconi ha già detto più di una volta no.

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