La fase di stallo politico è destinata ad avere un suo costo, specie in termini di tensioni sui titoli del debito

i saggi di Napolitano nella vignetta di Vincenzo Pellegrino

In mano a due gruppi ristretti di saggi che dovrebbero aiutare la formazione del governo e col Presidente Napolitano attivo «fino all’ultimo giorno». Gli italiani sono senza governo, complice una memorabile tornata elettorale che ha spaccato il Parlamento in tre. E adesso si attende, sperando che l’agonia finisca presto: lo stallo politico costa molto al Paese, e nuove tensioni sui titoli del debito pubblico, come quelle che portarono alla fine del governo Berlusconi nel 2011, non sono certo desiderabili.

Quanto costa l’incertezza? Rispondono su La Voce gli economisti Alessi, Di Colli e Lopez. L’assunto di partenza è che siamo in recessione dalla seconda metà del 2011, lo saremo ancora nel 2013, pur vedendosi all’orizzonte una inversione di tendenza. Ma l’incerto risultato elettorale di febbraio rischia di creare non poche incognite sul futuro.

Gli scenari a cui guardare, scrivono gli economisti, sono due: nel primo caso si torna al voto dopo 12/18 mesi grazie a un governo creato con un accordo politico allargato; nel secondo, di nuovo alle urne entro, massimo, il terzo trimestre 2013. Nel secondo caso la valutazione sul futuro prossimo “si basa sull’ipotesi di stress che si verifichi una crisi di fiducia nei confronti del debito pubblico italiano sui mercati finanziari”.

I rendimenti sui titoli di stato nazionali salirebbero:”il rendimento sui Btp decennali toccherebbe un massimo di 770 punti base entro aprile per poi stabilizzarsi successivamente, anche se su livelli elevati in prospettiva storica”. Sia il tasso sui btp che lo spread rispetto al Bund aumenterebbe in media annua nel periodo 2013-2015. A cosa ci condurrebbe un aumento dei rendimenti dei titoli di Stato sulle scadenze in agende? A un peggioramento della spesa per interessi che gli studiosi stimano tra lo 0,1 e lo 0,2 per cento del Pil. Il resto è una concatenazione di effetti che somiglia a un gigantesco Vajont che si abbatte sul Paese: meno margine per le manovre con cui favorire la crescita; più incertezza per investitori esteri e per consumatori e imprese; meno investimenti con ricadute, negative, su occupazione e domanda dei consumi interni.

E poi ancora, a causa della contrazione del prodotto interno lordo, “riduzione delle entrate fiscali, esigenza di aumentare le imposte o ridurre ulteriormente la spesa per rimanere nei vincoli imposti dal fiscal compact”. Tradotto in fatti, sono “quasi tre punti percentuali di disoccupazione in più e un debito pubblico rispetto al Pil più alto di oltre 8 punti percentuali nel 2015”. Infine, il fronte caldo da non sottovalutare, l’impatto sull’industria bancaria italiana che deve fronteggiare potenzialmente un’altra riduzione della domanda di impieghi e della qualità creditizia.

Già dalla seconda metà del 2011, si è registrata la contrazione del credito erogato a causa dell’indebolimento della domanda, una conseguenza ovvia del peggioramento delle condizioni economiche delle famiglie, del collasso del mercato immobiliare, delle difficoltà delle imprese e della restrizione dell’offerta. I criteri di concessione dei prestiti bancari si è irrigidito e non a caso se è cresciuto l’aumento del rischio percepito e del costo di provvista. I fenomeni rischiano di ripetersi quindi nel caso di un prolungamento, o aggravamento, delle condizioni economiche del Paese.

Meno erogazione del credito, una dinamica sfavorevole dei tassi, rettifichi su crediti, creano contrazione della redditività. Risultato? Meno utili nel periodo 2013-2015, ovvero 6,3 miliardi di euro in meno.

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