Il 39enne capitano dell’Inter sembrava ormai vicino all’annuncio del ritiro ma vuole continuare anche la prossima stagione: “non posso fare a meno del calcio”

Javier Zanetti

Splendido ed emozionante omaggio di “Repubblica” oggi all’intramontabile capitano dell’Inter, Javier Zanetti, che alle porte dei 40 anni (li compirà ad agosto) è pronto a tornare sui suoi passi quando ormai sembrava certo il ritiro a fine stagione.

L'”uomo bionico” vuole giocare un’altra stagione e si prepara a polverizzare altri record. Un esempio per tutti gli sportivi e gli appssionati di calcio, oltre qualsiasi colore di appartenenza.

«I calciatori possono anche arrivare a quarant’anni, ma non c’è niente da fare: restano quei bambini che giocavano in cortile e non volevano mai rientrare a casa quando li richiamavano. «Torna, Javier!». Ascolta, si fa sera. Capisci, questo è il tramonto, ha pure un suo fascino, tra splendore e malinconia, ma dopo il raggio verde c’è la notte e manco lo vedi più il pallone. «Torna, Javier!». Hai corso per una vita, ti senti ancora una scintilla di energia dentro, ma fra poco sarai così stanco che faticherai a muoverti, usa le ultime forze per uscire dalla scena prima di crollarci. «Torna, Javier!». Nada. Niente. Non ci sente. O fa finta di non sentire. Proprio come gli eterni bambini del cortile: la disperazione di madri, poi di mogli e di figlie. Quelli che l’esistenza non ha orari né stagioni: è sempre pomeriggio e la primavera non finisce mai. Il loro esempio è Javier Zanetti, per gli amici Highlander.

La sua pagina su Wikipedia contiene più numeri che parole perché il capitano gentiluomo ha battuto tutti i record di presenza: nell’Inter (complessivamente e/o consecutivamente), nella nazionale argentina, in Champions con la maglia nerazzurra, per uno straniero in serie A. E non intende fermarsi. Ma in quale officina fa il tagliando questo? Chi gli ri-tara il contachilometri che, a occhio, ha passato i duecentomila? Come mai non fonde? Zanetti ha incontrato due papi. Zanetti non è un fiammifero, è un trasduttore piezoelettrico, un aggeggio solido, capace di tradurre tutte le variazioni del campo elettrico in mutazioni di spessore e lunghezza. Pur di giocare, si adatta a tutto. L’allenatore cambia schema, ma non capitano. Fa l’esterno nella difesa a quattro, il laterale di centrocampo se si passa al 3-5-2, il terzo rebbo nel tridente, se occorre.

Nell’emergenza, alla vigilia di un incontro con il Liverpool, raffreddatosi Julio Cesar, qualcuno propose: «Javier Zanetti portiere volante». Mica scherzava: in cortile si fa, soprattutto al crepuscolo, quando il numero di giocatori si riduce perché qualche bravo ragazzo ha ascoltato la mamma. «Torna, Javier!». Perché? Non essendosi mai infortunato, non ha idea di come possa essere un’altra vita, di che cosa si possa fare, di diverso, la domenica. Adora sua moglie e i tre figli, ma gli piace salutarli da un rettangolo verde: «Aspettate, che poi torno. Faccio un altro anno e arrivo». Potevamo naturalizzarlo, Javier. Meglio di Ledesma e Thiago Motta. Ci risolveva il problema del terzino (destro o sinistro, ma anche del laterale di centrocampo, dell’ala mai tornante). È italiano dentro, lui. Non tanto per le radici friulane, quanto per l’incapacità di lasciare. Emula Totti, mica Platini.

L’Inter guarda l’età media del Milan e invoca un trapianto, ma lui “un altro anno lo fa”. Alcuni suoi eredi, tipo Santon, sono emigrati. Altri, tipo Jung, già sostituiti da giocatori come Peruzzi, segnalati dal capitano in persona. Disponibile anche ad allevarli finché non saranno pronti a rimpiazzarlo: non oggi, domani sì. Il clan degli argentini ha fatto la fortuna dell’Inter. E la propria. Ogni tanto Zanetti apre un ristorante a Milano, con la moglie o con Cambiasso. Ha comprato il basso di sir Paul McCartney. Ha cantato con Mina e Ramazzotti. Fa un sacco di beneficenza. Fa di tutto. Ma non sa fare a meno del calcio».

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