Ecco perché la legge di riforma del mercato del lavoro non agevola i licenziamenti e nemmeno le assunzioni

il ministro Elsa Fornero

Più flessibilità e meno burocrazia: ma dove e quando? Eccolo il bluff del ministro Fornero. Era stato uno dei leitmotiv della sua riforma: con la nuova legge sul lavoro si sarebbero dovuti facilitare i licenziamenti e di conseguenza aumentare i cosiddetti inserimenti in azienda.

Invece, come sicuramente avrete letto in questi giorni, sembra che la Riforma sia andata in tutt’altra direzione non garantendo la “flessibilità in uscita”. Lo pensano in primis gli imprenditori.

Secondo quelli che sono stati intervistati (un totale di 500) da Gi Group Accademy – che ha dato vita alla prima rilevazione dell’Osservatorio Permanente sulla Riforma del mercato del Lavoro – per uno su due la legge Fornero non favorisce l’instaurazione di rapporti di lavoro e men che meno facilita i licenziamenti. Ma cos’è che non piace ai titolari di aziende? Ne parliamo con Tommaso Dilonardo, avvocato esperto in diritto del lavoro, presidente e fondatore dell’Osservatorio Work in progress, centro di ricerche sociali sul lavoro con sede a Milano.

Hanno ragione gli imprenditori a lamentarsi? Cosa c’è di sbagliato, secondo lei, nella Riforma per quanto riguarda la voce licenziamenti?

“Sì, credo che gli imprenditori abbiano ragione. In un sistema compiuto, avere la possibilità di ridurre facilmente i costi fissi (costo del lavoro), dovrebbe dare forza al sistema economico di un Paese. Ma la riforma Fornero, se l’obiettivo era questo, non è andata in tale direzione, anzi ha ulteriormente burocratizzato la gestione del contratto di lavoro. Prendiamo il caso del licenziamento per giustificato motivo oggettivo ossia quello economico che, visto il periodo in cui viviamo, è per così dire ‘carne viva’. La riforma ha introdotto una complicazione: in un’azienda con più di 15 dipendenti, l’imprenditore, prima di procedere al licenziamento, deve effettuare una comunicazione alla Direzione territoriale del lavoro e chiedere una convocazione, e se non lo fa è sanzionato”.

“Prima questo passaggio non c’era. Bastava che il titolare dell’azienda scrivesse una lettera di licenziamento e la consegnasse al dipendente. Ora in mezzo c’è anche la convocazione delle parti (datore di lavoro e dipendente) davanti alla Commissione della Direzione territoriale del lavoro. Una convocazione che dev’essere trasmessa, su richiesta del datore di lavoro, a cura della Dtl, entro sette giorni. Ma queste riunioni spesso non sono risolutive. Se dunque all’imprenditore la riforma era stata ‘venduta’ come una semplificazione del licenziamento, in pratica non è così. Terminato il passaggio davanti alla Dtl, se non si raggiunge un accordo, si passa alla fase giudiziaria, che a sua volta è stata resa più onerosa per tutti i soggetti coinvolti, tribunali, datori di lavoro e lavoratori. Fase giudiziaria che già dall’agosto del 2011 aveva subito un aggravio con l’introduzione a carico del lavoratore del contributo unificato, cioè una tassa proporzionale al valore della vertenza. Tutto si è complicato e in questo modo non si è venuti incontro a nessuna delle due categorie. Anzi, l’mpressione è che siano aumentate anche le spese a carico dell’erario”.

Quanto tempo ci vuole a licenziare una persona? “Per i licenziamenti per giusta causa e per giustificato motivo soggettivo non è cambiato niente rispetto a prima. Il licenziamento per giustificato motivo oggettivo, ora deve prima attendere qualche settimana per i tempi della Dtl. Il percorso giudiziario, almeno sulla carta, si è sì velocizzato ma complicato. Mi spiego meglio: invece che un giudizio, ora bisogna farne tre. Ci sono due fasi in primo grado: la prima è sommaria e ha dei termini abbreviati ma si conclude con un’ordinanza esecutiva, e non con una sentenza. La sommarietà della prima fase e la sua conclusione con un’ordinanza suggeriscono che la parte che avrà avuto la peggio certamente incardinerà una opposizione per ottenere la modifica dell’ordinanza esecutiva. L’opposizione all’ordinanza si conclude con sentenza, che a questo punto si può ‘reclamare’ davanti alla Corte d’Appello. Se poi il lavoratore vuole far valere altre questioni che riguardano il suo rapporto di lavoro come dipendente, non può farle valere nella causa con cui ha impugnato il licenziamento – come invece avveniva prima -, ma deve promuovere un altro giudizio. In sintesi, prima della legge Fornero, per ottenere una sentenza di primo grado bastava una sola causa, ora sono necessarie tre cause, e arriviamo a ‘quattro’ se teniamo conto della convocazione davanti alla Dtl”.

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