Il potente Procuratore generale di Messina lascia la magistratura. Il 24 gennaio era stato condannato per diffamazione, per avere inviato un esposto anonimo nei confronti del prof. Adolfo Parmaliana, suicida nel 2008

Franco Antonio Cassata

“Stavolta per il procuratore Franco Antonio Cassata è proprio finita. Seppure tardi, ora è davvero finita”. Così scrive in una nota l’avvocato Fabio Repici, legale della famiglia del defunto prof. Adolfo Parmaliana (suicida nel 2008). Va, infatti, in pensione il Procuratore generale di Messina. E’ la fine di un’era nella Provincia di Messina.

Cassata, per tanti anni, è stato il più potente magistrato del palazzo di giustizia messinese e ha seguito quindi da vicino anche le complesse e spinose situazioni dell’hinterland e di realtà come Taormina. La cosiddetta “Perla dello Jonio”, a detta di molti, ormai da circa 20 anni sembrerebbe, per certi aspetti, giudiziariamente impenetrabile e intoccabile, e in tempi recenti sono dovute intervenire per effettuare alcune spinose indagini le Procure di Reggio Calabria e Napoli.

“È finita – continua Repici – nell’ignominia di una condanna per diffamazione e della fuga dalla magistratura per sottrarsi alla procedura per il trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale, connesso alle vicende professionali e giudiziarie del figlio”.

Cassata il 24 gennaio scorso era stato condannato dal giudice di pace di Reggio Calabria per diffamazione ai danni della memoria di Adolfo Parmaliana tramite un dossier anonimo. Non si era, quindi, presentato due giorni dopo all’inaugurazione dell’anno giudiziario.

Le discusse vicende del procuratore Parmaliana erano state a più riprese oggetto di iniziative pubbliche e battaglie sostenute, tra gli altri, dall’europarlamentare Sonia Alfano e del senatore Beppe Lumia.

“Con il rinvio a giudizio del procuratore Franco Cassata finalmente un po’ di luce comincia a svelare la verità sulle battaglie portate avanti da Adolfo Parmaliana”. Lo dichiara il senatore del Pd Giuseppe Lumia, componente della Commissione antimafia.

“Ricordo il disgusto – disse Lumia – che provai quando ricevetti quel dossier anonimo col quale si voleva screditare l’immagine e la reputazione del professore Parmaliana. Sulla figura di Cassata ho più volte presentato interrogazioni documentate e circostanziate”.

“A tutti – afferma il legale -, la sedia vuota del Procuratore generale sembrò una riedizione, in versione moderna, della fiaba di Andersen: I vestiti nuovi dell’Imperatore. Versione moderna ma anche drammatica: perché il ruolo dell’impertinente bambino in questo caso era stato recitato, post mortem, da Adolfo Parmaliana. È finita così la carriera non troppo autorevole del magistrato più potente del distretto di Messina e dell’uomo più potente della Corleone del terzo millennio, Barcellona Pozzo di Gotto. A sancirne definitivamente la mestizia è stato, il giorno dopo, un encomiastico comunicato involontariamente comico di due avvocati messinesi, uno dei quali era stato pure difensore di Cassata: spiegavano quanto e qualmente Cassata sia stato un giureconsulto inarrivabile, a mezza via fra un Calamandrei e uno Zagrebelsky, e, per sovrapprezzo, un uomo di cultura rara e di raro spirito solidaristico, a mezza via fra un Gandhi e un Croce, il tutto concentrato (e shakerato) in un solo magistrato, barcellonese doc. La fiaba triste, dunque, è giunta all’epilogo. Chi scrive queste righe, insieme ad Adolfo e a pochi altri, potrebbe rivendicare il merito (ma a che servirebbe?) di aver puntato il dito sul re che era nudo da oltre un decennio seppure ognuno faceva finta di non accorgersene. Probabilmente, oggi Cassata dentro di sé, nel silenzio dei pensieri inconfessabili, maledice il suo apparente nemico di un tempo, oggi e da tempo suo alleato, al quale indubitabilmente deve l’involontario inizio della propria fine. Si chiama eterogenesi dei fini: un contingente e subdolo gioco delle parti si è trasformato, fuori dalle loro previsioni, nella slavina che ha sotterrato l’ex procuratore generale. Con la dipartita di Cassata, l’aria nel distretto giudiziario di Messina si fa più leggera e respirabile, venuta meno l’ipoteca della pesante figura del magistrato barcellonese. Ora tutto sarà più normale. Pure a Barcellona Pozzo di Gotto, la città di cui Cassata negli ultimi trent’anni era stato il santo patrono (il copyright è dello scrittore Alfio Caruso), sarà tutto più normale. Come solo alcuni avevano capito, è stato il suicidio di Adolfo Parmaliana a provocare le crepe irrimediabili nel sistema di potere barcellonese, nel momento in cui esso sembrava invincibile. Dopo quel 2 ottobre 2008, abbiamo assistito all’inarrestabile caduta degli dèi barcellonesi, in ogni campo. È caduto il grande capo dei magistrati, e prima di lui altri avevano dovuto fare le valigie. Lo avevamo detto il 9 novembre 2008, al Salone delle Bandiere del Municipio di Messina, nel corso della conferenza su “La crisi della giustizia a Messina” e, come allora auspicato, nel giro di poco più di quattro anni quell’imberbe pubblico ministero e Olindo Canali e Franco Cassata sono dovuti tutti fuggire, chi da Messina, chi dall’ordine giudiziario”.

Durissime, dunque, le parole dell’avvocato Fabio Repici, tratte da una lettera pubblicata sul sito Enricodigiacomo.org.

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