Il volto senza volto. La ricerca del complicato segno semplice: il mondo dell’ignoto tra simboli e immagini

Il volto senza volto

Mi torna in mente Matisse oggi, perché guardo una delle sue opere più semplici e inquietanti. Si tratta di un ritratto senza occhi né naso né bocca. È la sintesi della non conoscenza di sé. Un disegno che richiama Platone e la disperata assenza del senso.

Un’immagine in fondo è il compendio di una serie di preconoscenze, che in un lampo vengono portate a galla sulla superfice della nostra mente. Si apparentano senza dubbio alle conoscenze innate che si sperimentano con le vibrazioni musicali le cui frequenze rispondono quasi ad un codice archetipico e ci fanno percepire una musica come bella e armoniosa. Lo sapeva sicuramente anche Henry Matisse che per una vita, lontano dal clamore della vita mondana, operò la sua ricerca tesa a chiarire con uno sforzo di sintesi la grande forza prorompente del colore e della linea, e le suggestive emozioni che si potevano creare con l’aiuto di un semplice segno su un piano bidimensionale.

Le immagini da sempre hanno accompagnato l’uomo nel rapporto con il divino. Ed il magico mondo dell’ignoto e del non conosciuto si è nutrito dei simboli e delle immagini, che provavano ad oggettivare e a rendere palpabile e osservabile, e quindi conoscibile il mondo. Legandosi anche alla memoria, le immagini riuscivano a dire tutto ciò che con altri linguaggi non poteva essere detto.

La pittura poi è scivolata fuori dal suo ruolo primario di produttore di immagini dalla grande potenza di cui si è detto per imboccare definitivamente quella che Flavio Caroli definisce la “ via dell’anima”, cioè la strada che ricerca al proprio interno, e prova a lanciare lo sguardo nelle fredde profondità della psiche e del subconscio. Va a scrutare “ i moti dell’animo”, che già Leonardo da Vinci aveva affrontato nel suo Libro di Pittura, asserendo che la dimostrazione di tali moti avrebbe reso “laudabile” ogni arte.

Nella sua ricerca Matisse arriva alla strana sintesi di un volto senza volto. In tanti precedentemente avevano velato i volti con intenti allegorici o religiosi. I surrealisti in diverse opere si oppongono all’esposizione del viso,il che delinea per il nuovo secolo una negazione del volto, la quale rappresenta una negazione più profonda dell’io, e dell’essere in generale.In Matisse,è vero, appare la negazione dell’io terreno, macoesiste in quel disegno l’affermazione eterna di un io spirituale, anche senza scomodare termini come l’anima.Il passaggio dal ricercare e dimostrare in pittura l’animo del soggetto dipinto a quello dell’animo dell’artista, indipendentemente dal soggetto e dalla tecnica, possiede in embrione lo spirito dell’espressionismo. Qui l’animo del soggetto evapora in una cancellatura globale che comunque lascia vedere qualche fatica traccia di grafite.

L’anima dell’autore del segno però, non riesce ad evaporare, tutta racchiusa nella sicurezza che dona quell’ovale pur senza carattere alcuno, che rimanda ad una vita altra, accomodata nella cura dei capelli. Non a caso la ricerca di Matisse sembra prendere le mosse proprio dall’espressionismo. In realtà Matisse le ha attraversate tutte le strade della pittura, un po’ perché ha avuto la fortuna di poter imparare sperimentando, non essendo partito dalla classica accademia, e un po’ per le straordinarie frequentazioni di colleghi, che in un modo o nell’altro hanno fatto la storia della pittura. Comunque uno dei momenti più alti della sua espressione artistica è proprio relativa ai disegni essenziali, che nella vecchiaia con i ritagli renderà ancora più sintetici.

L’acme è proprio nel volto senza volto. Sapeva il pittore di Cateau-Cambrésis anche della straordinaria capacità evocativa e narrativa delle immagini. Della straordinaria attrattiva del segno e della sua capacità di raccontare l’animo umano.

Lasciare un segno è stato sempre un’ impronta che affermava la propria presenza e il proprio esserci, sia da un punto di vista empirico che da quello teorico e spirituale. E questo specialmente quando si vive assediato dai dubbi e della strana trama della non conoscenza. Spaesato e senza punti di riferimenti sembra aver trovato in quel volto vuoto quasi il riparo di un utero materno.
L’uomo si è sempre coperto il corpo con dei segni che acquisivano, spostandosi tra le varie culture, differenti significati, ma quasi sempre celebravano qualcosa che apparteneva all’individuo, o comunque in qualche maniera lo classificava come appartenente ad un gruppo.

In ogni caso diceva qualcosa del proprio sé. L’elaborazione dei linguaggi ha fatto sì che piano piano i segni diventassero oltre che lettere, raffigurazioni, disegni e immagini , le quali da semplici messaggi si sono trasformati in qualcosa di ancora più potente dei simboli e delle lingue perché in pochi istanti trasportavano sia i contenuti dei simboli, di cui le arti sono sempre state imbevute, sia le informazioni necessarie a veicolare la cultura, le conoscenze e l’espressione.

In fondo l’arte è una modalità di espressione del proprio sé e delle proprie esperienze, con la speranza che gli altri possano ricordare i piccoli tasselli della propria esistenza.
E questa prassi affonda le radici in quell’esigenza ancestrale che fa nascere ogni espressione proprio dalla paura del non esserci. Ogni desiderio intorno alla conoscenza nasce dalla paura del vuoto spaventoso che lascia il fatto di non sapere.

Gli artisti provano a colmare quel vuoto con le tracce che lasciano del proprio passaggio. Segni che gli donano il sogno di non finire abbracciati dall’oblio, affermando il proprio essere.

In quel volto c’è qualcuno, un qualcuno che rimanda al nessuno omerico e, con la sua natura da convitato di pietra, ad un interrogativo che sembra stampato con il bianco della carta. Ed è un interrogativo vecchio come l’universo, e sembra dire: Perdonami Dio, con tutti i tuoi nomi, ma chi diamine sono io?
Spero che anche questo tema sia utilizzato, come altre sue opere vengonoutilizzate, nei diversi laboratori di disegno creativo, perché questo tema nella sua declinazione mi sembra una delle cose più belle che possa fare un artista e un filosofo: una bella domanda.

Il suo segno dal punto di vista tecnico è esattamente come la realizzazione del giro armonico di Do, cioè semplice, ma dal punto di vista teorico, archetipico, direi quasi filosofico e metafisico, è estremamente complesso come gli studi trascendentali di Listz.

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