Il nuovo presidente della Camera, Laura Boldrini, risponde con i fatti a Grillo: “non solo mi dimezzo lo stipendio, ma rinuncio anche ai rimborsi forfettari”

Laura Boldrini

Da quando sono sbarcati i grillini in parlamento, da tutte le parti si è messo in moto un continuo rincorrere e promettere tagli su tagli alla casta. La cosa più interessante sono i casi in cui i discepoli superano il maestro.

E’ il caso della Boldrini che scavalca in tema di tagli anche la linea politica di Beppe Grillo.

La neopresidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini, infatti nel passare dalle parole ai fatti, invia agli uffici preposti della Camera la richiesta formale di tagliare il proprio stipendio e rinunciare ai tanti benefit di cui gode la terza carica dello stato.

C’è un passaggio in particolare della comunicazione ufficiale che colpisce in termini positivi, allorquando specifica che “rinunzio all’uso dell’alloggio di servizio e al rimborso delle spese accessorie di viaggio e telefoniche. Inoltre, domando che l’indennità di funzione connessa alla carica di presidente della Camera dei deputati e il mio rimborso delle spese per l’esercizio del mandato parlamentare siano ridotti della metà. Quanto specificamente a quest’ultima voce, preciso che rinunzio alla parte dovuta ai rimborsi forfettari”.

Su questo punto in tanti hanno per anni lucrato e imbrogliato i cittadini, promettendo il taglio dell’indennità parlamentare che però è solo una piccola voce del ben più grosso e grasso stipendio parlamentare composto principalmente dalle tante voci di rimborsi forfettari accreditati a fine mese sul conto corrente del parlamentare (5.200 euro netti di indennità; 3.503,11 euro di diaria; 3.690 di rimborso spese per l’esercizio del mandato; 1.331,70 euro per le spese di trasporto e di viaggio; 258 per spese telefoniche).

Grillo, nel regolamento interno del Gruppo depositato alla Camera per potere accedere ai finanziamenti pubblici per il funzionamento dei gruppi parlamentari (39 milioni di euro, a differenza dei 47 milioni di rimborsi elettorali a cui hanno saggiamente rinunciato) ha scritto che ai deputati del movimento 5 stelle verrà tagliato del 50% solo la prima voce di entrata (“l’indennità parlamentare percepita dovrà essere di 5 mila euro lordi mensili. I parlamentari avranno comunque diritto a ogni altra voce di rimborso tra cui diaria a titolo di rimborso delle spese a Roma, rimborso delle spese per l’esercizio del mandato, benefit per le spese di trasporto e di viaggio, somma forfettaria annua per spese telefoniche).

Dinanzi ai facili calcoli matematici sull’inconsistenza di un taglio simile (3.000+ 3.503+ 3.690+ 1.331+ 258 +1.006 = i “cittadini” di M5S intascheranno ogni mese 12.788 euro netti), il Movimento 5 stelle ha subito specificato che per loro però i rimborsi vanno rendicondati.

La Boldrini invece si pone un passo in avanti e chiude definitivamente con il falso slogan “ci dimezziamo lo stipendio” che per anni, dai tempi della prima Lega Nord e di Rifondazione Comunista fino al Movimento 5 Stelle, le forze parlamentari più radicali hanno utilizzato, il più delle volte sapendo di mentire.

L’esempio della neopresidente della Camera è un monito non tanto per i Razzi e gli Scilipoti ma per quelle forze politiche che – con una proposta di legge di due righe – possono imporre finalmente non l’autoriduzione facoltativa ma il taglio obbligatorio dello stipendio per tutti i parlamentari.

E’ molto semplice: Al secondo comma dell’articolo 1 della legge 31 ottobre 1965, n. 1261, le parole: « non superino il dodicesimo » sono sostituite dalle seguenti: « non superino il ventiquattresimo ».

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