Veti e rancori, veleni e ricatti nella corsa al potere per il nuovo governo di una città al disastro finanziario. La speranza di cambiamento e una comunità da pacificare

la lunga crisi di Taormina

“Buone finanze, buona politica. Volete conoscere lo stato di un paese? Guardate le sue finanze. Le sole condizioni finanziarie fanno le rivoluzioni. Oggidì (1870) in Italia non si vogliono economie, e si crede di cancellare il deficit imponendo nuove tasse – rubando il pane del povero col tassare le lire 600 di reddito, mentre si lasciano le spese di rappresentanza per far ballare gli aristocratici che possono ballare benissimo a casa loro. Il signor Sella pensa di riempire i vuoti crescendo le tasse, senza riflettere che la forza di un paese dà fino a un certo segno, come, nell’agricoltura, la fruttibilità di un terreno: e, in conclusione, facendo come chi chiudesse una fossa colla terra tolta da un’altra”.

Parole di Carlo Dossi, pensieri che fanno riflettere: era un secolo e mezzo fa e così vanno ancora oggi le cose. Se i saggi di un tempo fossero tra noi chissà cosa direbbero di Taormina. Non quella della “Belle Époque” ma la Taormina degli ultimi 20 anni. Chissà cosa racconterebbero, adesso, di campagne elettorali in cui la legittima ambizione della proposizione e la necessità del confronto democratico diventano elemento secondario in una contesa giocata per conquistare un potere fine a se stesso.

Mentre una terra meravigliosa, baciata da Dio e stuprata dall’uomo, è allo stremo, la lotta che va in scena non è duello di visioni del territorio, né di speranze e condivisione d’intenti per un rilancio. E’ una contesa di simpatie e antipatie che decidono chi può stare insieme e chi deve stare dall’altra parte, è un braccio di ferro per il trono di un prestigioso castello le cui fondamenta scricchiolano. La vecchia fortezza, da un momento all’altro, rischia di crollare e lasciare solo macerie.   

Il mito di Taormina si è consegnato a una piccola storia di decandentismo dove non ci sono più sogni e ideali ma battaglie di interessi e oscuri compromessi, in una rete inestricabile di veti e ricatti, presunzioni e veleni. Regna la confusione e l’antagonismo sfrenato, tra velleità di poltrona, intrise di bassa politica e modesto affarismo.

C’era una volta la Taormina delle notabili dispute tra cosiddetti “topi” e “sucalori”, e c’è adesso la Taormina proscenio di scontri tra “roditori” che si agitano per una crosta di formaggio. Non conta cosa erediteranno le future generazioni, vale molto più navigare a vista e aggrapparsi al presente per continuare a dominarlo.

Il vero fallimento di chi ha avuto le chiavi di Taormina non è l’essersi rivelati amministratori più o meno deludenti: quello magari si può ritenere un giudizio soggettivo. L’errore più grande è non aver avuto il buon senso e la lungimiranza di provare a pacificare questa terra. Unire non per fine politico ma per identità sociale: non si è compreso quanto sia stata importante quella capacità di remare dalla stessa parte che Taormina aveva in passato e l’ha aiutata a diventare una capitale del turismo. Invece la cosa pubblica è diventata un miraggio per la gente: rancori e personalismi del palazzo hanno cementificato divisioni e malessere di una comunità delusa e impoverita. Persino la cordialità dei rapporti umani e la gentilezza di un sorriso sembrano svanite o diventate cosa rara.  

Ci si chiede: cambierà qualcosa? Chi può dirlo. L’unica certezza – chiunque poi si prenda lo “scettro” – è il dovere collettivo di augurarsi un pò di luce in fondo a un tunnel che sembra non finire mai. La deriva di un paese porta al naufragio di tutti.

A volte prevale la sensazione che il “teatrino” della Taormina odierna sia forse destinato a proseguire ancora per un pò. Perchè i grandi cambiamenti necessitano di tante condizioni. E quando non ci sono tutte, alla fine prevale l’equilibrio dell’illusione: il più facile, il più stabile. Mai come in questo caso la speranza, ovviamente, è quella di sbagliarci.

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