La strada per la democrazia è ancora lunga in Iraq: dalla dittatura di Saddam alla guerriglia tra le bande

i soldati Usa in Iraq

Dieci anni fa gli Stati Uniti attaccavano l’Iraq. Il 20 marzo 2003 George Bush iniziò la guerra contro la dittatura di Saddam Hussein che divenne il simbolo da abbattere ad ogni costo. Non fece in tempo ad arrivare il rapporto dell’Onu per verificare la presenza di armi di distruzione di massa, gli USA avevano già deciso di agire perché non c’era più tempo. Dopo dieci anni, le vittime civili sono 115mila. Il Paese arabo – in potenza uno dei leader dell’Opec – rimane dilaniato da lotte interne, scontri tra sunniti e sciiti. La guerra per “portare la democrazia”, dopo un decennio che bilancio consegna agli iracheni?

Manca la sicurezza. L’illusione di una veloce ricostruzione, è durata ben poco. Il regime cadde in poche settimane, ma oggi a distanza di anni l’Iraq rimane una nazione ancora senza futuro. Il graduale passaggio di autorità dagli americani alle autorità locali avviò una transizione lenta e sanguinosa. Dalla dittatura alla guerriglia tra bande. Neanche la nuova Costituzione, approvata nel 2005, ha dato il via alla nuova fase all’insegna della libertà. L’uccisione, il 7 giugno 2006, di Abu Musab al-Zarquawi e l’impiccagione di Saddam Hussein il 30 gennaio del 2006 sono la testimonianza nei primi anni dopo la guerra della difficoltà nel voltare pagina. Per l’Italia non si può non ricordare la strage di Nassiryah, il 13 novembre del 2003, costata la vita a 19 soldati.

Il Paese arabo è considerato uno tra i più corrotti al mondo. Eppure l’Iraq è ora il secondo più grande produttore di petrolio dell’Opec, dopo l’Arabia Saudita. In occasione del decimo anniversario della guerra in Iraq, la NBC ha chiesto agli iracheni e ad esperti di valutare come la vita fosse cambiata. “Le infrastrutture e servizi funzionavano male, ora anche peggio”, risponde Qais Omar, 34 anni, impiegato un’agenzia di sicurezza a Baghdad. “Non c’è un servizio buono, le cose sono soltanto peggiorate”, rincara la dose Mohammad Jabir, 33 anni, disoccupato con due figli.

Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia l’Iraq “ha tutto da guadagnare nell’esportazione di petrolio nel mondo, potrebbe arrivare ad una media di quasi 200miliardi di dollari all’anno entro il 2035”. Ma quasi tutta questa ricchezza non arriva alla gente che non ha lavoro. La disoccupazione supera il 15 per cento, quella giovanile è il doppio, secondo il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP) che aggiunge come il 23 per cento della popolazione faccia quasi la fame. “L’Iraq deve affrontare sfide considerevoli, soprattutto per quanto riguarda i servizi igienico-sanitari”, si legge in un rapporto delle Nazioni Unite di tre anni fa. “Solo il 26 per cento delle famiglie è coperto da una rete fognaria”.

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