Il gruppo di Tlc è stato ammesso come parte civile contro il suo ex presidente nel cosiddetto “affaire Kroll”

Marco Tronchetti Provera

Mentre Telecom Italia, nel processo sul cosiddetto “affaire Kroll”, viene ammessa come parte civile contro il suo ex presidente, Marco Tronchetti Provera, quest’ ultimo cita in giudizio il gruppo di telecomunicazioni per «gravi danni» alla sua «immagine e onorabilità».

Il numero uno di Pirelli decide anche di presentarsi davanti al giudice per dichiarare la sua estraneità all’accusa contestata e per spiegare di avere sempre agito nell’interesse della società di cui era alla guida, anche quando quest’ultima era attaccata da una delle più importanti «agenzie investigative private del mondo».

È lo scontro, andato in scena oggi, in quella che si profila sempre di più come una battaglia giudiziaria tra Telecom e il suo ex capo. Nel pomeriggio, infatti, il giudice della settima sezione penale di Milano, Anna Calabi, ha detto sì all’ingresso del gruppo, guidato da Franco Bernabè, come parte civile nel processo a carico di Tronchetti, imputato per ricettazione in uno dei capitoli della vicenda dei dossier illegali, confezionati dalla security di Giuliano Tavaroli.

Telecom, nell’atto di costituzione, aveva lamentato danni morali, d’immagine, «alla reputazione commerciale» e «patrimoniali». E il Tribunale ha accolto la richiesta, perché «meritevole» di essere vagliata nel dibattimento. Nel frattempo, però, il presidente di Pirelli è ricorso alle vie legali contro la sua ex società, «in relazione ai comportamenti tenuti da quest’ultima nei suoi confronti, dopo l’uscita dal Gruppo nel 2006, che hanno causato gravi danni alla propria immagine e onorabilità». Mossa che aveva già annunciato proprio quando Telecom aveva presentato la richiesta di costituzione nel dibattimento.

Al centro del processo c’è un cd con una serie di dati raccolti dall’agenzia di investigazione Kroll e poi intercettati dal cosiddetto Tiger Team di Telecom nel 2004, ai tempi della guerra, finita anche nelle aule di giustizia, tra la società di telecomunicazioni e alcuni fondi di investimento brasiliani per il controllo di Brasil Telecom.

L’allora presidente del gruppo, stando all’imputazione, «al fine di trarne profitto» avrebbe «consapevolmente ricevuto» quei file, «della cui natura era stato messo specificamente a conoscenza» da Tavaroli. Accusa che Tronchetti ha respinto al mittente con dichiarazioni spontanee e con una memoria. «I fatti contestati nel processo sono parte di una storia inquietante che mi insegue da più di sette anni e nella quale il mio nome viene usato per distrarre dai veri colpevoli», ha spiegato in aula, con un implicito riferimento alla sentenza sui dossier illegali con cui, nelle scorse settimane, sono stati condannati gli ex investigatori privati Marco Bernardini e Emanuele Cipriani.

Tronchetti ha raccontato poi come fosse stato messo al corrente dagli avvocati Chiappetta e Mucciarelli (dell’ufficio legale di Telecom) e dallo stesso Tavaroli – che all’epoca godeva della sua «fiducia» e di quella del gruppo – che «nella contesa per il rientro nel controllo di Brasil Telecom, la nostra principale controparte avesse ingaggiato una delle più qualificate agenzie investigative private del mondo per operare azioni di contrasto nei confronti di Telecom».

Kroll in pratica – ha proseguito – si stava muovendo in modo «illegale» contro di lui, contro la sua famiglia e contro Telecom e la sua «reazione» fu «quella di comunicare immediatamente il tutto all’autorità giudiziaria». E in merito ai dati raccolti da Tavaroli sullo spionaggio di Kroll, «non c’era motivo – ha aggiunto Tronchetti – di dover dubitare sulla liceità dell’acquisizione di quel materiale». L’affaire Kroll, secondo Tronchetti, può essere classificato come una «deprecabile vicenda» che ha «fatto emergere un’attività gravemente lesiva nei confronti dei legittimi interessi di Telecom Italia».

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