La scrittrice ha presentato a Taormina il suo nuovo romanzo “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”: la storia di una famiglia che ha saputo imporsi con la consapevolezza dei veri valori e la forza dell’umiltà

Catena Fiorello

Metti Taormina con le sue viuzze storiche gremite da turisti, aggiungi la simpatia di Catena Fiorello e cosa viene fuori? Un evento. Proprio così. Si è svolta il 13 marzo 2013 a Taormina, la presentazione di “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”, il nuovo romanzo di Catena Fiorello, autrice di “Picciridda” e “Casca il mondo, casca la terra”.

Il nuovo romanzo racconta la storia di una famiglia, quella dei Fiorello, una famiglia come tante. La incontro nella hall. La riconosco da lontano. Indossa una giacca nera, occhiali e orecchini vistosi. E’ davvero alta e naturalmente elegante. Mostra subito la sua simpatia e la sua umanità.

Si guarda attorno a tratti meravigliata e quasi stupita dai complimenti che le fanno. Saluta con affetto la gente intervenuta e ha un sorriso vero per tutti nonostante la stanchezza dovuta alle varie presentazioni che sta facendo in giro per la Sicilia.

Si avvicina e i suoi occhi curiosi e penetranti si spostano direttamente su di me. Ha quarantasei anni ma non li dimostra. Con una grande sensibilità e voglia di vivere, si racconta in una intervista a Blogtaormina.

Perché hai scelto questo titolo “Dacci oggi il nostro pane quotidiano?”
Perché il pane è la dignità della persona. In un momento storico come questo, la dignità delle persone è messa a serio rischio, perché se togli alla gente la possibilità di avere un lavoro saltuario o che comunque dia la possibilità di riuscire a pagare l’affitto a fine mese, se togli anche questo, significa che alle persone stai togliendo tutto. E mi sembrava quanto mai adatto proprio il titolo “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”, inteso come dacci la dignità Signore e aiutaci soprattutto a non perderla.

Perché hai scelto di parlare della tua famiglia?
Perché la mia famiglia, e non intesa come la famiglia Fiorello, ma come una famiglia come tante, ha passato questo brutto quarto d’ora tanti anni fa. Siamo stati in uno stato di necessità permanente anche noi. Però l’abbiamo vissuto bene, non ci siamo arresi davanti alle difficoltà, né ci siamo piegati o abbiamo permesso alle difficoltà di piegarci e abbiamo avuto la forza e la volontà di andare avanti. Noi siamo stati più forti. Questa diventa una testimonianza per dire, ai giovani soprattutto, che c’è sempre speranza. Anche se il momento è difficile, anche se si proviene da una famiglia che ha poche disponibilità, c’è proprio l’obbligo verso sé stessi e verso la propria famiglia di credere in qualcosa e di avere coraggio. Questo concetto lo ripeto anche in una pagina del libro. Parlo di questi genitori – in questo caso sono i miei genitori ma lo dedico a tutti i genitori – che tutte le mattine, malgrado le difficoltà, si alzano, scendono dal letto, si vestono, vanno a cercare un lavoro o mantengono quello che hanno, e con coraggio affrontano la vita per mantenere la famiglia.

Hai associato i personaggi della tua famiglia a dei piatti di cucina. Perché questa scelta curiosa?
Perché mesi fa, mentre preparavo il libro, mi è stata fatta questa domanda: “Raffigura ogni elemento della tua famiglia con un piatto”. E io l’ho fatto e mi è venuto facile. Così mi sono paragonata al polpo. Il polpo apparentemente è duro, però poi dentro è morbido. Rosario l’ho associato ad un torrone. Diciamo che ho avvicinato le singole personalità a piatti diversi ma simili per caratteristiche.

 

Nel libro hai scritto anche delle ricette.
Si. Non è un libro di ricette, ci tengo a sottolinearlo. Nei fatti che racconto ci sono sempre dei piatti che mia mamma preparava o che mangiavamo. Così quando ho finito di scrivere la storia ho voluto aggiungere la ricetta di questi piatti. E credo di aver fatto un’ottima scelta. Alla presentazione del mio romanzo a Catania una signora si è avvicinata e ha fatto i complimenti alla mia mamma per le ricette.

Questo libro è diverso dai precedenti, anche se c’è un comune denominatore, la povertà.
Esattamente. Questo libro è diverso dagli altri ma ha in comune con essi la povertà o se preferisci stato di necessità permanente, ovvero difficoltà economica. Questo stato è presente nel romanzo “Picciridda” dove affronto il tema dell’emigrazione. Le persone se ne vanno, emigrano in un altro posto. Non era prerogativa dei siciliani emigrare, ma degli italiani in generale. Il tema della povertà è ripreso nei libri di interviste, “Nati senza camicia” ovvero personaggi che nati poveri, diventano poi importanti. Da Gianni e Santo Versace a Pavarotti, fino a Costanzo, insomma davvero tante persone. E c’è nel romanzo “Casca il mondo, casca la terra” dove protagonista è una donna che, in cerca di fortuna, parte da un piccolo centro del Salento verso Roma. E riuscirà nell’intento sposando un uomo ricco. E la povertà è presente anche in quest’ultimo mio romanzo. Perché lo stato di necessità permanente è la forza e la spinta per fare le cose.

C’è qualcosa che ti manca in questo momento?
Niente. Perché se le cose ti mancano significa che dovevano mancare. L’unica cosa che non vorrei perdere è la salute. Sembrerà una cosa banale. Ma non lo è. Perché a quarantasei anni sviluppi una sensibilità particolare nei confronti del tuo corpo, della salute e della vita. E ti rendi conto che lo stare bene ti permette di fare tutto. Anche l’uscire fuori e fare una passeggiata per le vie di Taormina. Ma che c’è di più bello?

la famiglia Fiorello

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