Prima messa del nuovo Papa, Jorge Maria Bergoglio. Linee guida del pontificato nell’omelia: “camminare, edificare e confessare sono le cose fondamentali della Chiesa. La vita è cammino, se ci si ferma la cosa non va”

Jorge Maria Bergoglio

Il tempo dell’attesa è finito. La Chiesa, dunque, ha da mercoledi sera un nuovo Papa. Si chiama Francesco. E sicuramente nella storia Francesco ci entra a pieno titolo perché è il primo sudamericano ad essere eletto ma anche il primo gesuita.

Jorge Maria Bergoglio , nato a Buenos Aires nel 1936, era considerato fuori dai pronostici del pre conclave, un po’ perché era ritenuto troppo in là con l’età, un po’ perché nel conclave precedente si era contrapposto all’elezione di Ratzinger, sostenuto dal suo grande amico Carlo Maria Martini, il grande elettore che spingeva per una soluzione progressista e più moderna. Poi la storia è andata come andata, fu eletto Papa Ratzinger e Bergoglio tornò nella sua diocesi a Buenos Aires, continuando l’azione pastorale di sempre vicino agli ultimi e agli umili.

Viaggia in bus, vive in modo spartano, non ama gli sprechi, si concede ben poco. In questi giorni a Roma soggiornava nella curia dei Gesuiti a Borgo Santo Spirito e si presentava ogni mattina con un basco nero in testa, senza auto né autista, camminando lentamente, sempre gentile con chi lo riconosceva. Fedele al suo spirito ha scelto un nome speciale, carico di simbolismo che profuma di pace e di armonia: Francesco, e già questo può anticipare molte delle cose che intende portare avanti con il suo pontificato.

Persino i primi atti da Papa compiuti dalla Loggia delle Benedizioni parlano di un uomo pronto alle riforme. Lo si è capito quando si è inchinato verso la gente che lo applaudiva, toccando quasi con la fronte la balaustra del balcone, chiedendo una preghiera per sè visto il peso che dovrà portare. Lo ha fatto con infinita umiltà, un po’ impacciato, forse intimorito, con un italiano a tratti spagnoleggiante. «Vi chiedo un favore, vi chiedo che voi preghiate il Signore affinchè mi benedica». Poi ha chinato il capo ed è restato così in silenzio per una manciata di secondi. Un gesto inconsueto che nessuno si aspettava, men che meno i cerimonieri accanto che gli tenevano il microfono e il libro delle benedizioni e lo osservavano con uno sguardo un po’ sbigottito.

Papa Francesco è il frutto di una mediazione tra i candidati favoriti, tra cui Scola che entrava con almeno una trentina di voti, tanti appoggi ma anche tanti veti (dagli stessi italiani) e Scherer. Gli elettori nelle due votazioni di ieri mattina vedendo che nessuno dei favoriti riusciva ad innalzarsi sugli altri e a fare convergere su di sé gli indecisi e i piccoli gruppi, a pranzo hanno deciso di puntare su un outsider. Un vero outsider stavolta, sul quale sono andati a convergere più di 77 voti. In corsa c’era anche O’Malley ma su di lui si dice che ha pesato negativamente la nazionalità americana. Si dice anche che siano intervenuti diversi cardinali africani e medio orientali per fare riflettere proprio sul fatto che una scelta del genere non era matura e che i contraccolpi nelle aree calde del pianeta, dove esiste una persecuzione più o meno velata nei confronti delle minoranze cristiane, sarebbero stati quasi scontati. Già nei giorni delle congregazioni generali soffiava un vento diretto al di là dell’Oceano, per un successore di Pietro espressione di una realtà in continua crescita.

L’America Latina resta un grandissimo serbatoio di anime che da tempo chiedeva a Roma più attenzione. Il Celam, l’organismo creato per coordinare gli episcopati di quel continente da solo non bastava più. Nella giornata di ieri il rischio di stallo è stato altissimo e proprio per evitare complicazioni e lungaggini, i cardinali hanno voluto dare prova di unità almeno per raggiungere in cinque scrutini il quorum.

Il dibattito dicono sia stato serrato ma non deve essere stata una impresa in discesa, viste le divisioni della vigilia. Tuttavia la voglia fare arrivare all’esterno un messaggio concorde con una fumata bianca già nella serata di ieri, ha prevalso su tutto, sulle inimicizie, le visioni distanti, gli errori commessi. Nell’ultimo secolo il pontefice che è stato eletto in meno tempo (due giorni) e con il minore numero di scrutini (tre) è stato Pio XII. Quella però fu una elezione lampo richiesta dalla situazione politica europea densa di nubi e presagi di guerra. Pacelli entrò al Conclave del 1939 quasi «già Papa»; c’erano pochissimi dubbi su di lui anche se i cardinali elettori, 63, in gran parte italiani, sentirono ugualmente il bisogno di discutere e scambiare opinioni. A Ratzinger, invece, ne occorsero quattro.

In Vaticano fanno notare che probabilmente il favorito della vigilia Scola non è affatto entrato con 50 voti ma con molti meno «altrimenti non avrebbe fatto molta fatica ad arrivare a 77 voti». Tuttavia, ha spiegato padre Lombardi nel briefing delle ore 13, quattro ore prima dell’elezione di Francesco, «non abbiamo motivo di parlare di divisioni, né di particolari conflitti» tra i cardinali. «C’è una dinamica di ricerca di consenso e vedremo quanto tempo questo richiederà. Le altre strorie su divisioni sono ricostruzioni, esiste invece una dinamica naturale, normale, che abbiamo cercato di inquadrare nella sua componente spirituale e religiosa».

Il post Benedetto XVI, tredici giorni dopo la sua rinuncia, si apre con tante speranze e nuova linfa. Bergoglio certamente rappresenta la discontinuità con il precedente pontificato benchè lui per primo, affacciandosi alla Loggia delle Benedizioni, come prima cosa abbia salutato con affetto il predecessore che, probabilmente si trovava davanti alla tv. «Preghiamo per lui, che il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca». Più tardi, rientrando a Santa Marta, la residenza del conclave, ha telefonato a Benedetto XVI e presto andrà a salutarlo.

Il tempo dell’attesa è finito anche per i giovani delle Giornate Mondiali. Anche se non ama viaggiare a questo punto toccherà a Bergoglio portarli tutti a Rio de Janeiro tra quattro mesi e probabilmente sarà il suo primo viaggio internazionale che potrebbe allungare nella sua terra, l’Argentina dove ieri pomeriggio la presidente Kircher piangeva come una fontana alla notizia inattesa.

Una specie di rivincita per i cattolici di Buenos Aires visto che nel 2005 hanno sfiorato di avere un ”loro” Papa. Bergoglio era stato il contendente numero uno di Ratzinger e ora ne prende il posto. E’ stato ad un passo per essere eletto. Ratzinger ce la fece alle battute finali grazie anche all’azione di due grandi elettori (ora scomparsi) ultra conservatori che vedevano l’ascesa del gesuita un fatto negativo. Truillo e Medina Estevez riuscirono a convincere gli indecisi e sbloccarono la situazione.

Il cardinale Schoenborn, ricordando quei giorni, ha confessato che furono momenti «drammatici» per il muro contro muro che si profilava. Dovette intevenire Carlo Maria Martini che propose persino un candidato terzo, in alternativa, il cardinale Saraiva Martins. Stavolta Bergoglio è entrato in Conclave da candidato emerito con poche chance iniziali, ma con un profilo di uomo di Chiesa maturo e saggio. Un aspetto che deve averlo aiutato. Di lui dicono che abbia esperienza di governo e una visione progettuale per riformare la curia. Nato a Buenos Aires il 17 dicembre del 1936, si è diplomato come tecnico chimico anche se poi ha scelto il sacerdozio nella compagnia di Gesù. Ha fatto studi umanistici in Cile. Colto, divoratore di libri, è stato professore di letteratura e di psicologia. Nel 1973 è stato eletto Provinciale dell’Argentina, cercando di barcamenarsi tra il regime militare e le spinte della teologia della liberazione (che però ha contestato più volte).

Durante il Giubileo del 2000 fece indossare all’intera Chiesa argentina le vesti della pubblica penitenza, per le colpe commesse negli anni della dittatura. Fu fatto cardinale nel 2001 da Giovanni Paolo II che apprezzava la sua schiettezza e la lealtà. Chi lo conosce dice che è sempre stato restio ad accettare ruoli curiali e di un certo prestigio e che quando lo ha fatto è stato per spirito di servizio. Non ama il lusso, il carrierismo e gli sprechi, ritiene che l’economia speculativa sia priva di etica e sia la causa di troppi mali a livello internazionale («per questo non si hanno remore a trasformare in disoccupati milioni di persone»).

Quando venne nominato arcivescovo di Buenos Aires, invece che andare ad abitare nel palazzo arcivescovile scelse un appartamento spartano vicino, dove si cucina da solo e dove fino a qualche tempo fa accudiva anche un anziano sacerdote. «Nel Vangelo c’è tutto, dobbiamo metterlo in pratica». Vita e testimonianza assieme. Sul fronte della morale è ritenuto un conservatore però è capace di dialogo. Adesso è pronto a portare a termine quella riforma della curia che Ratzinger non si è sentito di completare.

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