Una vagante metafisica della leggerezza: le lievi visioni del pittore Ciro Palumbo

le visioni di Palumbo

Lavora a Torino, città fredda di misteriche emozioni, in un atelier che durante la stagione invernale non dovrebbe regalargli la messe sconfinata ed il calore dei colori che trovo sulle sue tele. È nato in Svizzera poi, e comincio a credere che la magnifica tavolozza, quasi mediterranea, che utilizza nella stesura delle sue opere, l’abbia trovata in uno dei suoi viaggi nel mondo dei sogni dove spesso si attarda al punto da far parere sognanti tutti i segni che trasforma in pittura.

Io l’ho incontrato in uno dei suoi viaggi da artista vero, cioè anche da artigiano e faber di tutte le sue piccole e grandi vetrine sul mondo dei sogni, in una delle sue innumerevoli mostre in giro per l’Italia e per il mondo; nella galleria di Barbato. Porta con se una metafisica lieve che non trasferisce domande inquietanti. Di pesante e materico trasporta invece la meticolosa cura con cui prepara ogni singola tela, in quel modo antico che piace a chi ama la pittura, approntando la superfice con colle naturali e gesso finissimo colorato alla bisogna, perché il colore di fondo così regala infinite sfumature e vibrazioni legate quasi alla chimica del pigmento.

Non serve cercare di lui punti di riferimento artistici. Non serve perché nella sua memoria pittorica è facile intravederli tutti i grandi del passato, dal punto di vista tecnico e dal punto di vista emotivo. E’ inutile pensare a “L’isola dei morti”di Boecklin, quadro ossessione dell’artista, che ne fece ben cinque versioni, perché di certo quelle sensazioni non hanno affatto irrorato seriamente Ciro Palumbo. Sensazioni di certo metafisiche, ma di una oscurità e di una negatività, al di là dei colori usati nelle varie versioni, che sicuramente non gli appartengono.
Così come non gli appartiene l’apparentamento con la metafisica statica ed immobile del grande De Chirico.

Nella pittura di Palumbo non ci sono delle muse inquietantima solo la musa del gioco, riassunta a volte in una palla, vibrante diuna tridimensionalità che la fa volare fuori dalla tela, mentre le pareti che ospitano o custodiscono le sue visioni sono anch’esse in movimento. E l’altro grande della metafisica, Savinio, a cui anche Sgarbi lo ha accostato, disloca sulle sue tele delle visioni vicine alle metamorfosi e all’incubo della deformazione. Ciò che si trasforma senza deformarsi in Palumbo e lo spettro fantastico. Tutto anche quando parte da una idea inquietante come la tempesta o da un mare arrabbiato, come in una favola si muta in un angolo raccolto dentro il quale trovare riparo e protezione, illuminato dal calore del gioco e dal vorticare di forme che inevitabilmente raccontano la serenità e la crescita di un’anima bambina. Le nuvole che spesso animano i suoi cieli mai vuoti si trasformano in tanti piccoli geni che sembrano venuti fuori da chissà quale lampada, per dialogare tra loro in una danza con l’infinito.

Le nuvole personaggio non sono altro che la visione della propria interiorità, il materiale di quel viaggio misterioso all’interno dello spropositato iceberg del subconscio, un viaggio aiutato dalle figure giocattolo che sono sempre un punto di riferimento da tenere stretto durante l’avventura della scoperta di sé, un prezioso sestante per calcolare la rotta ed evitare tentennamenti e abbassamenti di tensione lungo i mari della vita.

Le sue tele non sono da interpretare, poiché si intendono, si sentono. Hanno una forza che dialoga con degli archetipi che tutti riconoscono dato che usa un alfabeto primigenio, i cui segni ancestrali si connettono facilmente ad ognuno. Non sono botte allo stomaco, ma tocchi garbati al corpo emotivo.

Non è ancora apparso nelle sue tele, ma a me è sembrato sempre presente, nascosto in qualche misterioso contenitore, mimetizzato tra antichi templi e boschi di cipressi, o appeso su un bastone di caramella, il magnifico cilindro di un mago dal quale spuntano tutte le immagini.
Buon viaggio Palumbo, in leggerezza.

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