Nella sempre più intricata “matassa” delle alleanze di governo, l’unico a perderci sembra il Pd e si riducono ad un lumicino le speranze del segretario di fare il Premier

Pier Luigi Bersani

Più che un giurista, ci vorrebbe un accanito seguace di soap opera per spiegare i vari e contorti scenari che si stanno o si potrebbero rivelare sulla formazione del nuovo governo in seguito alle recenti elezioni Politiche.

Numerose sono infatti le domande che assillano da qualche giorno politici, giornalisti e cittadini, per non parlare degli occhi puntati che l’Europa e il resto del mondo hanno sull’Italia.
Proviamo allora a sciogliere qualche dubbio e a districare una delle matasse politiche più intrecciate della storia della Repubblica.

Intanto, la maggioranza: chi ha effettivamente la maggioranza in Parlamento? Nessuno. La coalizione di centrosinistra – con Bersani leader – ha raggiunto la maggioranza assoluta alla Camera, ma non al Senato, dove ha ottenuto una maggioranza relativa. Per ottenere quella assoluta, il PD dovrebbe allearsi con il PDL o con il M5S. Una maggioranza che sarebbe solo numerica e non politica, poichè i punti di vista di questi partiti sono molto, ma molto divergenti tra loro. Non a caso, il cosidetto “governissimo”, con il PDL che apre al PD, potrebbe verificarsi solo nel caso in cui il partito di Bersani prometta l’abolizione dell’Imu e la restituzione della tassa ai cittadini. E già così il patto sembra veramente impossibile.

In teoria, però, non è necessaria la maggioranza per governare: basterebbe infatti l’astensione o l’appoggio esterno degli altri gruppi parlamentari durante ogni votazione. Prima di arrivare a questo, tuttavia, bisogna che il nuovo Parlamento si insedi. La data è fissata per il 15 marzo, giorno in cui Camera e Senato voteranno i rispettivi presidenti – un elezione che potrebbe durare anche più di qualche giorno – dopodichè Bersani verrà convocato dal presidente della Repubblica che gli assegnerà l’incarico di Capo del Governo. La situazione attuale non permette però al leader del PD di accettare l’incarico ad occhi chiusi, perciò sicuramente ci saranno delle consultazioni per capire se c’è una maggioranza in Parlamento. Soltanto allora potrà comunicare a Napolitano se accettare o meno l’incarico.

Fiducia: è la parola chiave sulla quale si basa l’intero governo. Senza la fiducia delle camere – il voto favorevole della metà più uno – si parla di ingovernabilità. Lo stabilisce l’articolo 94 della Costituzione: entro i primi 10 giorni dal giuramento del Capo del Governo, è necessaria la fiducia. E qui scattano altri problemi. Già, perchè stando alle dichiarazioni di Beppe Grillo, il Movimento 5 Stelle non voterà la fiducia a Bersani, perciò Bersani per non “cadere” avrà bisogno del voto di fiducia del PDL – almeno al Senato – che però come abbiamo visto prima, lo garantirebbe solo ad alcune condizioni. E si ritorna al punto di partenza.

In alternativa, i senatori del M5S dovrebbero uscire dall’aula durante il voto di fiducia, ma andrebbe contro i loro princìpi. E comunque, affinchè una votazione al Senato sia valida, è necessario che in aula siano presenti la metà più uno dei senatori, altrimenti manca il numero legale e la seduta andrebbe posticipata. Con l’uscita dei senatori grillini non ci sarebbe questo problema, ma bisogna sperare che non facciano la stessa pensata anche altri senatori pidiellini o leghisti. E in quanto ad affidabilità, come abbiamo visto nei precedenti governi, scarseggiano.

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