“Manca ancora una maggioranza”. Salta l’offerta Pd sulle presidenze. Rischio ritorno al voto. Bersani spera che i 5 Stelle possano concedere almeno una “fiducia tecnica” al Senato. Adesso in campo anche i mediatori

Giorgio Napolitano

“È un rebus per ora senza soluzioni”. È questa la risposta che gira tra chi, in queste ore, ha avuto accesso al Quirinale. Napolitano si è messo già al lavoro, con telefonate e incontri riservati. Ma finora l’unico risultato riguarda il calendario. Tutto è pronto infatti per anticipare a martedì 12 marzo la convocazione delle Camere.

Sembrano pochi tre giorni in meno – scrive Repubblica -, in realtà questo leggero anticipo consentirà al capo dello Stato di iniziare le sue consultazioni formali già da lunedì 18.

Un’accelerazione notevole, il taglio di una settimana, che risponde all’urgenza di “garantire al più presto un governo all’Italia”. Già, ma come? Anche l’ipotesi minima, quella di congelare l’attuale assetto, prorogando Mario Monti, si scontra con la necessità di affrontare comunque il passaggio della fiducia parlamentare. E al momento, ha fatto presente Napolitano a chi è salito al Colle per capire la situazione, “non esiste una maggioranza precostituita”. Anche l’alleanza fra il Pd e il Movimento 5 Stelle, ovvero la proposta che Bersani si appresta a formalizzare nella direzione di mercoledì, vista dal Quirinale “è inesistente”.

Tra Scilla e Cariddi, ovvero tra Napolitano che pretende una “maggioranza vera” e Grillo che non vuole assolutamente siglare alleanze preventive, si muove dunque Pierluigi Bersani che nasconde in privato qualche frizione con il Colle. Uscirne senza infrangersi contro gli scogli
appare molto difficile e Stefano Fassina ieri ha esplicitamente posto il voto anticipato come unica alternativa. “Io faccio un tentativo – osserva Bersani nelle sue conversazioni – ma in caso di fallimento siamo pronti a votare subito”.

Eppure ieri, nell’ora più buia, nel Pd circolava anche una terza ipotesi. Quella che a Grillo e Casaleggio venga offerta non un’alleanza politica né una maggioranza organica, già respinte a priori con toni inequivocabili. Bensì soltanto la richiesta di far partire il governo Bersani con una “fiducia tecnica”, un atto parlamentare per consentire l’avvio della legislatura salvo poi mantenere intatte le distanze. Insomma, nemmeno di appoggio esterno si tratterebbe, ma solo di un voto iniziale per impedire le elezioni anticipate.

Bersani non intende chiedere a Grillo un incontro per il timore di vedersi sbattuta la porta in faccia. E tuttavia gli ambasciatori sono in azione. “C’è un parlarsi tra i nostri e i loro”, ha ammesso il segretario Pd ospite da Fabio Fazio. Il dialogo si serve anche di personalità fuori dalla politica. La voce è che sia entrato in azione don Andrea Gallo, fondatore della comunità di San Benedetto al Porto e storico punto di riferimento della sinistra genovese. Don Gallo è amico di Grillo, tanto che il leader del 5 Stelle gli ha offerto di parlare dal palco dello Tsunami tour. Ma è anche molto vicino al sindaco Doria e a Sel. Il mediatore ideale insomma. Eppure nel Pd nessuno si nasconde che anche questa terza ipotesi è appesa a un filo e alle convenienze tattiche di Grillo.

Un anziano protagonista della prima e della seconda Repubblica, che ha fatto e disfatto governi, la riassume così: “Eravamo abituati a giocare tra topi, adesso però è arrivato il gatto”. Nella consapevolezza del rischio di affidarsi a Grillo, Bersani può contare di nuovo sul sostegno di Massimo D’Alema. Colpito per gli attacchi ricevuti dopo la sua intervista al Corriere della sera, interpretata come un’offerta di alleanza a Berlusconi, il presidente del Copasir si è attestato infatti sulla linea del no al governissimo. “Se Grillo pensa di buttarci fra le braccia del Pdl – ragiona D’Alema con i suoi – ha fatto male i conti. Non accetteremo mai, sarebbe un suicidio politico”.

Nell’ipotesi di un monocolore Pd, che nasce con la fiducia “tecnica” dei senatori cinquestelle, anche la questione delle presidente parlamentari viene riletta sotto un’altra luce. Il beau geste di lasciare all’opposizione queste cariche, con un governo di combattimento, non sta più in piedi. Dunque a Montecitorio andrebbe un democratico, con Dario Franceschini in pole position, mentre a palazzo Madama ognuno si voterebbe il suo candidato di bandiera. Le prime votazioni si consumerebbero così, con il Pd a sostegno di Anna Finocchiaro, il Pdl a portare Schifani o Berlusconi e il centro Pierferdinando Casini. Poi, al ballottaggio tra i primi due, si aprirebbero giochi inaspettati. E Monti? Per il leader di Scelta civica a questo punto la presidenza del Senato si allontana. Visto lo stallo politico e la possibilità che tutto precipiti, serve che palazzo Chigi resti presidiato dall’attuale premier. Altrimenti, tra una settimana, l’Italia non avrebbe nemmeno più un presidente per gli affari correnti.

Intanto nel campo del Pdl nessuno ha idea di come venirne fuori. Tutti aspettano Napolitano. “Vinte le elezioni io ho finito il mio lavoro – scherza Denis Verdini – e sono in vacanza. Il pallino ce l’ha il Pd”. In realtà i canali tra Pdl e Pd sono ben aperti, i contatti sono quotidiani. Ma al momento, ammettono a via dell’Umiltà, “i favorevoli al governo del Presidente nel Pd sono una piccola minoranza”.

© Riproduzione Riservata

Commenti