L’esperienza emotiva intesa come valida azione pedagogica. Portare il sole da un foglio al cuore

la città

Ricordo di aver visto al museo di Arte moderna di Bologna un gruppo di bambini intorno ai dodici anni accompagnati da due giovani guide, che gli illustravano una scultura per loro strana ed affascinante. Era una composizione di vasi e bottiglie di vetro sabbiate, affastellate una sull’altra in una sorta di equilibrio precario che davano luogo ad una alta costruzione. Quando mi fermai incuriosita dalle voci delle due ragazze che li accompagnavano mi resi conto che cosa teneva così avvinta la scolaresca.

Era la voce suadente che invece di parlargli dell’artista e dell’opera narravano una storia che probabilmente avevano inventato e diceva come probabilmente quella scultura era arrivata nel museo attraverso delle immagini che parlavano di vento che soffiava cantando attraverso il collo delle bottiglie e di vasi che diventavano leggeri come piume leggere attraversando tempeste di sabbia che ne avevano ovattato la trasparenza.

Non ricordo né l’opera né il nome dell’artista ma solo queste immagini e lo sguardo incantato dei ragazzi. Il calore e i colori delle immagini evocate dal racconto avevano affascinato i bambini, ed anche me, perché la narrazione fissa le immagini nella memoria in maniera indelebile e costituisce il maggior elemento di fascino. L’aspetto narrativo e la magia affabulatrice solletica l’istinto conoscitivo, anche se l’elemento giocoso della mimesi è forse il primo degli aspetti che rende l’immagine interessante, e quindi lo trasforma nel primo fattore che può avvicinare i ragazzi all’opera d’arte; ma non solo.

Abbiamo sempre sottovalutato i bambini. E oggi ancora di più. Riteniamo in maniera superficiale, e questo pare essere un retaggio della cultura italica in particolare, che vadano guidati dicendogli cosa devono fare e che non abbiano uno spirito autonomo e capacità di scelta, e non si riesce a capire mai quando secondo un genitore arrivino alla maturità. In realtà i bambini ad un’età insospettata cominciano ad avere un grande spirito critico e una notevole autosufficienza, e bisognerebbe solo cercare di fargli capire non cosa si fa, ma come si fa.
La dipendenza dai genitori è una cosa dalla quale cercano istintivamente di affrancarsi, mentre i genitori per vari motivi ne rallentano il naturale processo. Senza scomodare il grande Gibran, forse per troppo amore, i dubbi e le paure del nostro nerbo di archi ci impediscono di lasciar andare le frecce.

Tante cose e tanti argomenti vengono ritenuti troppo seri, troppo gravi e importanti per poterli condividere con loro. Ed anche l’arte sembra essere vista così. Invece è possibile stabilire un contatto tra opera d’arte e i bambini trasferendo l’ estetica attraverso l’esperienza, che solo così diventa educativa e formativa.

Attraverso la produzione e la lettura delle immagini si riesce a capire meglio se stessi il mondo e gli altri. Un immagine va compresa, ma comprenderla non vuol dire ascoltare delle parole con cui altri ci dicono cosa dovremmo vedere; vuol dire beninteso avere gli strumenti adatti per la comprensione, e quindi nulla può essere più utile dell’estetica sul campo, cioè l’esperienza della realizzazione.

E non bisogna essere maestri d’arte, ne aspettare che altri lo facciano per noi.
Sento già un coro di persone dire che certe cose dovrebbero essere compito della scuola.
Ma non credo sia così. Vi racconto una storia. Andai a casa di un amico un giorno, che fa l’operaio metalmeccanico ed aveva un bambino bellissimo con la voglia di disegnare ma era prigioniero dell’idea di non saperlo fare. Il padre era una persona sensibile e volenterosa, e pur non avendo nessuna competenza artistica, gli disse di cominciare a fare la prima cosa che era convinto di saper disegnare.

Quella cosa era una casa. Imperfetta, con dei tetti improbabili come in tutti i disegni dei bambini, ma comunque colorata. Istintivamente credo, gli disse di fargli trovare ogni volta che tornava dal lavoro una nuova casa disegnata, ed alla fine, le avrebbero ritagliate tutte quante e messe insieme su un foglio più grande, per farne una città.

Scattai una foto, mentre il bambino, orgoglioso dei suoi cinque, anni, mi spiegava tutti i particolari dell’opera come un architetto che illustri un grandioso progetto.

L’esperienza emotiva è l’unica azione pedagogica valida. Ed è inutile dirvi di tutte le figure retoriche o reali, degli argomenti morali, ecologici e di costume che questo semplice gioco può suggerire.

Certo i nostri figli imparano anche giocando al computer o alla play, o giocando a nascondino, se trovano gli spazi in cui farlo, ma il contatto con la pratica della realizzazione e il respiro delle cose “di arte”, regala loro fiducia nelle proprie capacità e nella vita. È fondamentale non fargli perdere questi punti di riferimenti.

Non lo so se il bambino di quell’amico farà l’architetto, ma di certo la città che ha costruito, disegnando e incollando casette una dopo l’altra, è illuminata da un sole straordinario.

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