Tra sacro e profano, in passerella Kenzo rifà i fregi dei templi e Gaultier suggestiona con mix di ombre cinesi

la suggestione mitologica di Kenzo a Parigi

Viaggio in Asia fra i Paesi con grandi potenzialità economiche. La moda fugge dove la bramano, attratta da etnie e culture antiche, nel tentativo di trovare nuove estetiche, frullando codici originali. Kenzo – disegnato dal duo cino-coreano Carol Lim & Humberto Leon – fa un pellegrinaggio mitologico in India, Birmania e Cina. Fotografa i pinnacoli dei templi e le cupole dorate per trasferirne forme e decori su pantaloni slim e giacche arrotondate. Stampa gli occhi delle divinità su scamiciati cortissimi. Ricrea i fregi dei luoghi sacri con passamanerie caleidoscopiche, recuperate negli archivi del fondatore Kenzo Takada.

Tanto oro e un tripudio di materiali tecnici – scrive La Stampa -, lavorati effetto coccodrillo, per capi svelti, adatti ai giovanissimi che amano mischiare e non hanno paura di azzardare corposi sandali senza calze anche in pieno inverno. Anche quando il termometro è sotto zero, come ieri sulla passerella allestita nei fascinosi locali dismessi dal 2006 del grande magazzino «La Samaritaine». Dove al pubblico venivano distribuite copertine termiche.

«Si migra verso mete lontane, perchè in certe zone la gente veste ancora con abiti straordinari, in via d’estinzione, capaci di accendere la fantasia di noi creativi», spiega Ennio Capasa, stilista di Costume National, che in Cina si è innamorato delle cappe squadrate e spigolose del popolo Miao. Ma le ha contaminate con una bella dose di nero e di rock sartoriale, riferendosi allo chic disinvolto di Anita Pallemberg (moglie di Keith Richards), fan di bui corpetti con baschine svasate e di smoking.

Tre lunghezze, scandite da gonna, pantaloni e giacca. In prima fila applaude la mamma novantaseienne di Yohji Yamamoto. Ospite fissa, affezionata al designer pugliese che nell’83 per due anni fece pratica dal guru dello stile giapponese. «Lei mi ha convinto a scrivere un libro su quel periodo meraviglioso. L’ho fatto con gioia, uscirà a breve», racconta Capasa, soddisfatto del suo volume di memorie.

Tornare alle radici per caricarsi di energia è un’ esigenza di molti. Ognuno lo fa a modo suo. Gaultier sottolinea le sue origini, sfilando nello spazio Wagram, perchè agli esordi gli portò fortuna. Nella sala da ballo in cui fu girata una scena di «Ultimo tango a Parigi» il couturier presentò 40 collezioni di grande successo. E, l’altro ieri, i rimandi ai felici Anni 80 non mancavano nemmeno sugli abiti. Le modelle con ciuffi punk sfoggiavano pellicce patchwork, ma anche piccole corazze anatomiche con i seni a cono, simili a quelle realizzate da Gaultier per Madonna. Stavolta, però, sono in morbido feltro, accostate a «leggings» di nappa e ondeggianti sottane di velo. Mentre le tuniche di seta sono invase da ombre cinesi di donne in pose diverse. Sempiterni i trench alla Bogart, i jeans puzzle di materiali e i giubbotti chiodo. Ai piedi, scarpe con bande elastiche, arrampicate sui polpacci come gambali-morsa.

Fedele al suo minimalismo super-chic, Phoebe Philo per Céline fa uno studio sullo statue classiche. Focus sui glutei marmorei fasciati da gonne strettissime che diventano «godet» da metà coscia al polpaccio. Grande attenzione alle proporzioni ingigantite dei cappotti in lana bianca grumosa, con maxi martingale e maniche che nascondono le mani. Fra lusso e tocchi eccentrici scorrono vestiti di visone tagliati a sottoveste e spolverini in plastica, stampati con gli scozzesi delle borse dei vu’ cumprà. «Very democratic».

Lo spirito francese da brava ragazza tiene banco da Chloè nell’inno ai cappottini corti, fatti per lambire gambe nude da gazzella, nei discreti pois disseminati su gonnelle e pantaloni illuminati da t-shirt intessute con fili di metallo e pietre . Non ha fretta la donna del libanese Kayroutz, abile a sedurre lentamente con spacchi che si schiudono appena e danzanti maglie scivolate sul corpo. Anche il tempo, ormai, è un lusso per pochi.

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