Le sconfitte non contano di Marcello Sorgi edito Rizzoli

Marcello Sorgi raccontando la storia di suo padre Nino fa immergere il lettore nell’Italia del dopoguerra, nella sinistra siciliana del tempo in cui confluivano azionismo piemontese, cattolicesimo impegnato e cinema denuncia

Attraverso la storia umana di Nino Sorgi (padre dell’autore), la sua attività professionale di avvocato, il suo impegno politico affiorano, come proiettati su uno schermo cinematografico, cinquanta anni di storia siciliana (ma anche italiana) dall’armistizio dell’8 settembre 1943 alla strage Falcone del 23 maggio 1992.

E’ un testo che si legge tutto di un fiato, agile e profondo nello stesso tempo, incalzanti e pregnanti i contenuti.

Il protagonista Nino Sorgi: “Era già un noto avvocato, seppur anomalo; in una città come Palermo, che amministrava nei grandi studi legali poteri e interessi inconfessabili, lui era il difensore dei deboli: dei contadini che occupavano le terre, degli operai che facevano a botte con la polizia, dei familiari delle vittime di mafia, dei giornalisti processati per le verità scomode, degli artisti, dei teatranti, dei poeti”.

Se la “genesi occasionale” è l’incoraggiamento a scrivere questa storia da parte di parenti ed amici di famiglia nell’ottantesimo compleanno della madre Delia (come si  legge nella nota conclusiva dell’autore), la “genesi remota” è la malcelata e incontenibile voglia di raccontare vicende e fatti decisivi per il nostro “oggi”, su cui l’Autore ci porta per mano a riflettere per leggere meglio il nostro presente.

La prima tappa del background storico: da una parte l’”occupazione” americana in Sicilia dopo l’8 settembre, dall’altra le condizioni di vita dei contadini siciliani.  Le truppe USA “liberatrici” o “occupanti”? “Occupanti”, magari con una diversa tipologia di “occupazione”, che “aveva precipitato la città (Palermo) in un’atmosfera cupa, ambigua, infida” ed aveva reso inquietanti i rapporti degli americani con la mafia del latifondo. E i contadini? “… vivevano come animali, con i loro animali. Era cambiato poco per loro con la guerra”.

In questo contesto, insieme ad alcuni studenti “umbertini” (cioè del liceo classico “Umberto” di Palermo, che si distingueva per gli insegnamenti dichiaratamente antifascisti di qualche docente), si inizia a formare in Nino una forte coscienza civile con il suo conseguente accostarsi all’ideologia di sinistra nelle battaglie intellettuali del dopoguerra.

Il giovane avvocato ha modo di mostrare il suo entusiasmo professionale e politico nei grandi processi che scandiscono il periodo del dopoguerra: “Nino si sarebbe trovato in aula a rappresentare la parte civile, cioè l’accusa, contro gli assassini di sindacalisti e contadini ammazzati dalla mafia”. Sono gli anni di Girolamo Li Causi, che sfidava in un comizio il boss don Calogero Vizzini; della strage di Portella della Ginestra e dell’uccisione del suo autore, il bandito Salvatore Giuliano; dell’assassinio dei sindacalisti Li Puma, Rizzotto, Cangelosi prima e poi il 16 maggio 1955 di Turiddu Carnevale. L’accusa della madre di questi, Francesca Serio, contro gli assassini sarebbe stata sostenuta dall’avvocato Sorgi e da Sandro Pertini.

Sono gli anni del “vuoto” politico, della miseria, dell’emigrazione.

“Lo stretto di Messina è veramente l’Oceano” avrebbe detto nel 1960 (a cento anni dall’Unità di Italia) Francesco Rosi, che girava il film su Salvatore Giuliano tra mille difficoltà, che l’avvocato Nino si sforzava di dipanare.

Due intellettuali, che hanno segnato la storia culturale e sociale della Sicilia del dopoguerra, sono altresì presenti nella formazione di Nino: Danilo Dolci e Leonardo Sciascia. Dolci, il “consolatore degli affamati” predicava “il digiuno alla Gandhi” (“metodo, questo – commenta l’autore – facile da far attecchire tra gente affamata da sempre, che praticava suo malgrado il digiuno forzato per conto proprio”) e spingeva i contadini ed i braccianti allo “sciopero alla rovescia”. Arrestato, lo scrittore triestino sarebbe stato difeso proprio dall’amico avvocato Nino e da Piero Calamandrei che si era offerto di entrare nel collegio di difesa.

Il rapporto di Nino Sorgi con Leonardo Sciascia si interseca con l’esperienza comune sia di un piccolo grande giornale, in cui era in prima pagina la mafia, cioè “l’Ora” di Vittorio Nisticò, stimolatore di accesi dibattiti e coraggiose inchieste, sia di una piccola grande casa editrice la Sellerio, “gioiello culturale”. Ci sono di mezzo Mauro De Mauro, Salvo Licata, l’occupazione delle case dello Zen, il ‘68 e le sconfitte della sinistra rivoluzionaria siciliana, ma ci sono soprattutto le “disillusioni” di Leonardo (Sciascia) e Nino (Sorgi): “molti dei loro furori giovanili si erano spenti”.

L’ultima tragica pagina: il sacrificio di Giovanni Falcone, con il “Non ci posso credere… Non ci voglio credere…” di Nino Sorgi.

Ma “le sconfitte non contano, anzi servono egualmente a cambiare le cose, come le idee segnano sempre il solco della Storia. Riconoscerlo è una prova d’intelligenza, non il segno di una resa”.

Ed “era questa – commenta l’autore – la lezione di una vita. L’eredità che mio padre mi consegnava…”.

Storia robusta e, insieme, delicata quella dell’avvocato Nino nel racconto del figlio Marcello Sorgi, di forte pregnanza etica e di grande attualità.

Il registro linguistico: è pressoché impossibile stabilire lo spartiacque tra il giornalista e lo scrittore, anche se è innegabile che lo stile del primo incide sulla scrittura, resa incisiva e accattivante.

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