Le principali banche italiane ci “nascondono” ingenti capitali di dubbia provenienza: cosa potrebbe accadere

cosa ci nascondono le banche

C’è una minaccia silenziosa tra le banche italiane. È la presenza di capitali troppo spesso di dubbia provenienza, dietro ai quali si nascondono azionisti sconosciuti e magari con una scarsa conoscenza del mondo creditizio. L’allarme arriva direttamente dai servizi segreti italiani che, nell’ultima relazione trasmessa al Parlamento, mettono nero su bianco i rischi che corrono alcuni istituti del Paese.

Dall’attività svolta nel corso del 2012 emergono «indicatori di rischio in relazione alla costituzione di taluni istituti per la opacità dei capitali apportati e dei requisiti degli amministratori, all’allargamento dell’azionariato con l’ingresso di nuovi soci dal profilo ambiguo ed alla distorta gestione del credito da parte di esponenti aziendali sleali», scrivono gli 007 coordinati dal Dipartimento per informazioni sulla sicurezza (Dis), diretto da Giampiero Massolo.

In pratica, probabilmente spinte anche dalla crisi, le banche starebbero aprendo le porte a nuovi soci senza però valutarne con attenzione provenienza e qualifiche. Una vera e propria insidia in giacca e cravatta che si rende ancora più pericolosa per le piccole banche a vocazione locale, dove addirittura si segnalano infiltrazioni criminali. L’intelligence segnala infatti come «a fronte delle difficoltà di reperimento delle necessarie provviste finanziarie, si è rilevato il perdurante rischio che i capitali disponibili facciano riferimento, a vario titolo, ad ambienti criminali o abbiano comunque provenienza illecita».

L’analisi degli 007 si concentra poi anche sull’apertura delle prime filiali di banche asiatiche che «rivolte oggi principalmente ai propri connazionali residenti in Italia, possono costituire la premessa all’ampliamento della concorrenza allogena nel nostro Paese, con rischi di erosione di importanti quote di mercato per gli operatori nazionali».

A preoccupare i servizi segreti è anche il ruolo dei fondi sovrani che fanno capo a molti governi orientali e la cui strategia spesso aggressiva appare agli occhi degli uomini del Dis come «dettata da finalità politico egemoniche o di influenza più che da priorità di ordine economico in senso stretto». Gli allarmi però, non finiscono qui. Altra questione è infatti l’assalto delle aziende straniere del Made in Italy. Il Dis rileva infatti «il perdurante interesse da parte di attori esteri nei confronti del comparto produttivo nazionale, specialmente delle piccole e medie imprese, colpito dal prolungato stato di crisi, che ha sensibilmente ridotto tanto lo spazio di accesso al credito quanto i margini di redditività».

Il dubbio dei servizi segreti è che dietro i singoli investimenti dall’estero si nascondano speculazione e una strategia di sottrazione di know-how e svuotamento tecnologico delle imprese italiane. «Alcune manovre di acquisizione effettuate da gruppi stranieri da una parte, fanno registrare vantaggi immediati attraverso l’iniezione di capitali freschi, dall’altra sono apportatrici nel medio periodo di criticità». Il rischio maggiore riguarda le aziende del settore di tecnologie di nicchia, impiegate nella difesa, nell’aerospazio e nella sicurezza nazionale, «come pure nella gestione di infrastrutture critiche del Paese». Comparti che il governo dovrebbe riuscire a proteggere attraverso la cosiddetta golden share, che prevede l’attribuzioni di poteri speciali negli asset della difesa, energia, trasporti e tlc.

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