Benedetto XVI oltre la prassi: il gesto di rottura

C’é chi su papa Ratzinger ha sollevato dubbi ma la sua scelta è un atto di rottura inconfutabile con la stantio che solitamente impongono regole e ideali anacronistici

“Tuttavia la scelta del Papa di porre fine al suo pontificato, laddove viene vista come una rinuncia, è comunque inconfutabile gesto di rottura, di grande portata. Rottura clamorosa con tutto lo stantio che impone regole e ideali anacronistici”.

Forse non pensavamo fosse possibile, o, quanto meno, “effettuabile”. Di fatto le dimissioni del Santo Padre sono piovute sul nostro capo come uno scroscio di acqua gelida.

È probabile che fossimo troppo abituati a vedere chi, come il suo predecessore, ha continuato nella propria opera benché la salute fisica non glielo permettesse, facendo leva su un vigore mentale e spirituale che ha rimosso ogni malattia e senilità.

Ma il gesto di Benedetto XVI non é di facile lettura.Ecco che allora la storia viene rievocata, a memoria di eventi simili e il nome di Celestino V ricorda il grande e unico precedente, non il primo ma il solo tra quelli che abdicarono fino ad allora, che non sopportò gli intrecci con la politica e il potere sporco del Papato del tempo, che fu capace, come ricorda Silone, di “denunciare, con la rinuncia al ministero pietrino, le gravi storture della Chiesa di quegli anni”.

D’altra parte, quel pallio papale lasciato sulle spoglie di Celestino V sistemate in uno dei pochi spazi agibili di una basilica di Collemaggio sono state un voluto presagio, ma già prima di allora Benedetto XVI aveva chiaramente dimostrato con lui una qualche congiunzione, come quella visita a Sulmona proprio in occasione dell’ottavo centenario della nascita di Papa Angeleri.

Certamente un messaggio non proferito. Il desiderio di sottolineare il filo sottile che da lì a poco avrebbe legato le loro vite. Vite da pontefici. Ma è giusto definirli rinunciatari?

C’é chi su papa Ratzinger ha sollevato dubbi non tanto sul suo operato, quanto sulla difficoltà (o fragilità) di gestire, in quanto vicario di Cristo, il governo di un mondo clericale fatto di scandali riposti in luoghi sicuri da occhi indiscreti, troppo spesso “alleviati” e in qualche caso perdonati e allontanati.

Certo, la Chiesa deve oggi fare i conti con diversi casi di concubinato, omosessualità e malversazioni economiche, non che in passato non ce ne siano stati: il fatto è che il momento in cui viviamo, così pesantemente degradato ed abbisognante di valori, richiede “altezza spirituale”, sacralità, purezza, specialmente da tutti quelli che sono stati chiamati a diffondere la parola di Gesù. I cattivi costumi, i giochi e le ambizioni di potere, hanno reso imperfetta una struttura che dovrebbe rappresentare la perfezione.

Tuttavia la scelta del Papa di porre fine al suo pontificato, laddove viene vista come una rinuncia, è comunque inconfutabile gesto di rottura, di grande portata. Rottura clamorosa con tutto lo stantio che impone regole e ideali anacronistici.

È un modo, forse il più forte perché rovescia una prammatica secolare, di dire “Io non ci sto”. É un’azione, come è stato riportato da alcune testate, di “desacralizzazione della sua carica”, nel senso di una discesa in una dimensione più “comune”, ma decisamente più reale, senza per questo perderne il fondamento teologico.

Lo scontro adesso contro la necessità di rinnovamento e di ridefinire le priorità a questo punto è d’obbligo e improcrastinabile. Giá si parla di aggiornamento della chiesa nel suo interno, nelle sue strutture.

Ma è tutto da rivedere: potere delle Congregazioni, Banca Vaticana compresi. Omnia cum tempora. E quel tempo è giunto.

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