Il segretario del Pd sperava in un risultato migliore: “situazione delicatissima per il paese. Gestiremo le responsabilità che ci hanno dato nell’interesse Italia”

Pier Luigi Bersani

Un risultato inferiore alle attese per il Pd ma soprattutto un exploit, solo in parte previsto, di Beppe Grillo e un recupero oltre le aspettative di Silvio Berlusconi. E’ un’analisi amara per Pier Luigi Bersani che sperava di “smacchiare il giaguaro” ed invece ora si troverà a dover discutere proprio con il Cavaliere per uscire dal cul de sac dell’esito elettorale. “E’ evidente a tutti – è l’unico commento in serata – che si apre una situazione delicatissima per il paese. Gestiremo le responsabilità che queste elezioni ci hanno dato nell’interesse dell’Italia”.

Nemmeno Bettola, che nella sostanza nulla avrebbe cambiato: ma vuoi mettere esser primi almeno nel paesino della pompa di benzina di famiglia? Ha vinto il centrodestra, invece: che per altro lì governa da anni. Così come Grillo è andato prima vicino a espugnare alcuni storici quartieri “rossi” della “rossa” Torino, per poi diventare il secondo partito a Siena (Montepaschi…), dove il Pd ha perso qualcosa come 11 punti percentuali. E si potrebbe continuare con la caduta delle regioni che erano considerate “in bilico” – tutte: da nord a sud, indistintamente – o con il naufragio in storiche roccaforti. Ma sarebbe impietoso. E inutile, anche: perchè a Pier Luigi Bersani è bastato leggere la prima proiezione sui risultati del Senato per capire che nemmeno stavolta il giaguaro sarebbe stato smacchiato.

Lo shock è inatteso e forte fino al punto da convincere il leader del Pd a non rilasciare dichiarazioni per l’intera giornata e ad intervenire sui suoi solo per invitarli alla prudenza, e farla finita con commenti del tipo “se la situazione è questa qui”, si torna al voto: punto e basta. Poche parole al fido Migliavacca: «Che si fa, si torna a votare con la stessa legge elettorale per avere lo stesso risultato? Dì loro di stare un momento calmi…». Di qui un paradossale avanti e indietro, con molte correzioni rispetto alle dichiarazione della primissima ora che dicevano “al voto, al voto”.

«Io invece resto avanti, non torno indietro – replica Matteo Orfini, cresciuto alla scuola di D’Alema e ora leader dei “giovani turci” -. Adesso nessuno pensi di infilarci in un altro accrocco insostenibile… Se i numeri non ci sono, non ci sono e basta».

Ma non è quella dell’immediato ritorno al voto la via maestra di un Pd ancor più provato che dopo la tanto evocata vittoria-sconfitta del 2006: l’ipotesi principale è un qualche governo (istituzionale? Di minoranza? D’emergenza nazionale?) che vari la legge elettorale e riporti il Paese al voto. Si naviga a vista, si scrivono cose sull’acqua, si cerca di mettere da un canto un appuntamento pure ineludibile come l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica (il mandato di Giorgio Napolitano scade a metà maggio) per la semplice ragione che, allo stato, non si sa affatto come affrontarlo.

Alle otto della sera, quando la mancata vittoria è diventata realtà e nelle orecchie di molti risuona il rabbioso avvertimento di D’Alema («Mentre noi pensiamo a dividerci i ministri Berlusconi ha guadagnato otto punti») Rosy Bindi appare perfino più spaesata che delusa: «Sono qui, a Largo del Nazareno, con gli altri. Ognuno nella sua stanza a fare i suoi conti. Di Bersani nessuna notizia, ma vedo che cominciano a dire che con Renzi avremmo vinto…non mi pare un buon modo per iniziare una riflessione». Si ferma un attimo e poi riprende: «Capisco che Pier Luigi voglia del tempo: non sarebbe facile per nessuno dire qualcosa in un momento così…».

L’intervento di Bersani su Migliavacca sortisce, comunque, gli effetti sperati. Enrico Letta, che nelle prime ore del pomeriggio aveva parlato della possibilità di un immediato ritorno alle urne, frena: «Ipotesi di nuovi voti anticipati non sono la soluzione». E Anna Finocchiaro condivide: «In Grecia il ritorno alle urne non giovò… Ci andrei piano con l’ipotesi di mettere nel conto nuove elezioni, il Paese ha bisogno di un governo stabile».

Chiuso nella sua casa tra il Pantheon e largo Argentina, Pier Luigi Bersani ha avuto bisogno davvero di poco per capire che le cose volgevano al peggio e che le sue funeree sensazioni degli ultimi giorni («Grillo va forte, è sottostimato, soffia sul fuoco dell’esasperazione della gente e questo lo premierà») non erano sbagliate. Fiumi di pensieri gli hanno attraversato la mente fino a sera, da quelli tristi sull’occasione mancata a quelli preoccupati per quel che accadrà per il governo del Paese. E poi, naturalmente, la discussione che si aprirà nel Partito democratico: una discussione che, secondo alcuni, potrebbe trasformarsi in un sanguinoso regolamento dei conti.

Che dirà D’Alema, sacrificatosi per arginare l’offensiva di Renzi? Che dirà Veltroni, anche lui fuori dal Parlamento? E soprattutto, che linea sceglierà Matteo Renzi? Attaccherà o attenderà? Domande senza risposta, per ora. Il leader Pd riflette, ma conclude che alla fine – comunque – tocchi a lui. Un governo Bersani, dunque: chi ci sta ci sta… E questa, allora, potrebbe davvero essere l’ultima spiaggia del Pd e del suo leader.

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