Meglio una vita di incertezze che la calma delle definizioni. Oltre il simbolismo amo anche il ciclismo

Simone Weil mi perdonerà se le ho quasi interamente rubato il titolo del suo straordinario saggio di quasi un secolo fa. Mi perdonerà perché doveva essere una donna che diceva “ l’arte stessa subisce il contraccolpo dello smarrimento generale”, riferendosi allo smarrimento dell’umanità che, vendendosi al potere e alla produzione economica, sembrava aver perso ogni punto di riferimento nell’universo. E poi mi perdonerà perché ai tempi sicuramente avrà sentito dire al grande Picasso che il pittore mediocre copia, mentre il grande artista, il genio, ruba. Al di là della grande presunzione di genialità spero solo che questi scritti, ispirati al desiderio di ritrovare la luce nella messe di bugie e di false credenze dell’attuale società, trovino la stessa fortuna di quel piccolo saggio, che se non è riuscito a cambiare il mondo, ha sicuramente lasciato una traccia indelebile nell’animo di tanti.

Ma veniamo a noi, anzi a me, perché non saprei altrimenti da dove partire visto che parliamo di riflessioni. Un gallerista mi ha detto, tra le tante, che sarei un simbolista. Di per sè la cosa non mi dà particolare emozione, né mi lascia indifferente. Oltretutto pare che sentirsi parte di una qualsiasi cosa, doni a tutti un certo grado di serenità, e per tranquillizzare l’amico, gli ho detto che oltre che simbolista e realista magico e futurista, mi sentivo anche ciclista. Non so se troveremo il giusto spirito per una collaborazione.

Devo dire che preferisco di gran lunga una vita di incertezze spesa nella ricerca, piuttosto che la calma piatta dei porti monotoni delle definizioni. In certi giorni ho la sensazione di non avere nemmeno il tratto principale per affrontare questa lunga corsa; non so se mi appartiene la terribilità insita nel fatto stesso di sfiorare con la tenacia e la leggerezza dei poeti i luoghi del limite. Quella terribilità che accomuna tutti i grandi. Per loro niente solforazioni, nessuna ossidazione, né esitazioni davanti all’abisso. Tutti si consumano brillando come una supernova che emette raggi gamma, per dare senso all’ottusità della vita. Per me solo tentativi,  solo sentimenti e sensazioni, figlie del puro sentire e forti emozioni che partendo dal corpo la mente associa a ciò che ha procurato. Un grande desiderio di trovare punti fissi, un pur piccolo, invendibile Santo Graal.

Cosa si trova in fondo sullo scoglio dei simbolisti? Una idea dell’arte vista come sintesi tra la percezione dei sensi e la manifestazione dello spirito. Da ciò deriva una realtà che non è più impressione ma trasfigurazione elaborata dal soggetto artista. Le forme ed i colori acquistano valore in quanto fonti di sensazioni, e di tali sensazioni gli oggetti e le forme diventano simboli. La poesia viene fuori dalla tela o dalla materia e non dalla natura, diventando l’invisibile che si manifesta nel visibile. Ancora una volta si manifesta una tendenza soggettiva che si oppone ad una oggettiva. È il solito vecchio problema che si affronta da sempre, e che anche la filosofia conosce bene. Se si oppongono due mondi così contrapposti come, l’ideale ed il reale, essi non saranno più facilmente unificabili se non con qualche artefatto di tipo cartesiano. La res extensa e la res cogitans, se nascono come due mondi separati, saranno sempre distanti come la terra ed il sole. Il solo influsso tra loro sarà quello della gravitazione, ma non quella universale, quanto una gravitazione particolare, l’azione del peso che sentirà un singolo artista; l’ennesimo punto di vista , l’ennesima scelta di un territorio di osservazione. È molto radicato questo convincimento in occidente al punto da trascinarsi nell’arte e dar luogo ad artisti che sono proiettati o nell’una o nell’altra dimensione.

A volte si va su una memoria dell’arte, a volte ci si ferma a guardare e a sentire, altre volte ci si lascia guidare dalle tele o dalla materia. Ma in genere sulle superfici bianche finisce per confluire un tale affanno di cose  e di pensieri da non lasciare spazio all’affastellarsi dei concetti del pensare la pittura. È la nostra diabolica mente occidentale. Se per esempio metto un giallo sulla tela, perché nasce dal bisogno quasi fisiologico di un po’ di calore, esso è reale o ideale?

In questa dinamica degli opposti non troveremo mai risposta. Solo se pensiamo reale ed ideale come un tutt’uno infinitamente permeabile ed estendibile, come un caos organizzato, da questo plasma potrà accendersi una fiammella. Ho anche la sensazione che queste parole possano far pensare ad un orientamento spirituale, ad una tensione di ordine religioso. Ma a parte che anche la Weil sembrò a tanti evadere nella spiritualità, dopo aver elaborato una sana parte distruttiva della società, di fronte all’impossibilità di mettere in campo una qualche soluzione, io credo sia strettamente necessario tendere ad una idealità per provare ad avvicinare il nostro modo di pensare e la nostra realtà ad essa, ma una idealità che sia comprensiva del tutto. Che guardi all’altro come parte di sé.

L’uomo sembra aver perso la sua essenza umana e l’arte, dato che arriva sempre per prima ha di conseguenza imboccato la via dello smarrimento. Essa  è per se stessa fonte di libertà e di oppressione perché non mette al primo posto l’individuo, ma l’opera, sempre più asservita al dio denaro. Il compito principale nella vita di un uomo è di dare alla luce se stesso  ha detto Erich Fromm  ma forse un altro compito, non meno importante è quello di riunificare il corpo e lo spirito, il reale e l’ideale, il particolare e l’universale, l’uno e il tutto, e per buona pace di qualche gallerista il figurativo e l’astratto, e  anche tutti gli ismi. Compreso il ciclismo.

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